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30 Nov 2017

Valore Lavoro

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Tavolo tematico su Economia Sociale e Solidale

Intervento introduttivo di Franco Meloni

Abbiamo inserito tra i contenuti del nostro Convegno la tematica dell’Economia Sociale e Solidale per due ragioni: 1) perchè costituisce un settore – meglio definirlo un “mondo” – che dà molto lavoro, oggi tra quelli di maggiore espansione; 2) perchè richiama l’esigenza e in certa parte la realizza, praticandola, di una “nuova economia” diversa da quella di mercato, con cui allo stato convive, pretendendo in alcuni ambiti di esserne alternativa, fino a preconfigurarne un radicale superamento (ma questa “pretesa” potremo iscriverla a una visione utopica delle prospettive dell’economia, sia al livello di singoli paesi o contesti omogenei, sia rispetto a dimensioni planetarie).
Al riguardo ci piace riprendere alcuni concetti definitori dell’Economia sociale e Solidale da uno dei siti più accreditati (http://www.socioeco.org/)

Economia Sociale e Solidale: un’altra visione dell’economia
1. Di fronte agli effetti devastanti di una globalizzazione predatoria dal punto di vista sociale, umano e ambientale, si impone la necessità di una nuova economia che possa produrre nuovi rapporti sociali e una relazione privilegiata con il pianeta. Alcuni autori fanno riferimento a una transizione necessaria da un modello globale unico basato sulla crescita economica e su un indebitamento sempre più elevato unito al saccheggio delle risorse naturali, verso una federazione decentralizzata di economie sociali e ambientaliste.

2. Le finalità economiche e sociali dell’economia sociale e solidale: creazione di nuovi mercati, risposta a nuovi bisogni sociali, creazione di posti di lavoro, inclusione sociale, rafforzamento del capitale sociale… perseguono complessivamente un grande progetto politico di democratizzazione dell’economia.
Alcuni autori come Jean-Louis Laville (1999) definiscono l’Economia Sociale e Solidale (ESS) come «l’insieme delle attività che contribuiscono alla democratizzazione dell’economia a partire dall’impegno civile».

Emerge allora una scelta di radicale alternativa rispetto alla classica concezione dell’economia di mercato, che oggi è dominata dalla sua versione neo-liberista. Ci piace osservare come tale concezione, purtroppo egemone in quasi tutto il pianeta, contrasti con i principi della nostra Costituzione.

Costituzione della Repubblica Italiana
Articolo 42
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
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Fatta questa premessa vediamo ora l’ambiente in cui concretamente si manifesta e pratica l’economia sociale e solidale, cioè il Terzo Settore, avvertendo che lo stesso non ne è il campo esclusivo, tuttavia il più rilevante.

Il Terzo Settore in Italia: definizione, dimensioni e complessità
Il Terzo Settore (TS) è costituito da un insieme, vasto ed eterogeneo, di aggregazioni collettive (associazioni, gruppi, comitati, cooperative, fondazioni, enti, ect). Può essere così definito:

“Complesso di soggetti/enti privati che si pongono all’interno del sistema socio-economico, collocandosi tra Stato e Mercato e che sono orientati alla produzione di beni e servizi di utilità sociale per soddisfare bisogni a cui né lo Stato né il mercato privato sono in grado di dare risposta. I destinatari dei servizi offerti nel TS sono l’enorme fetta di popolazione che rimane scoperta dall’assistenza pubblica e che non si può permettere di rivolgersi a un mercato sempre più caro” .
(Bruni, Zamagni, 2009; Weisbrod, 1977 e 1988; Hansmann, 1980).

La complessità del TS è rilevata da due fondamentali documenti che sono il Libro bianco sul TS (Zamagni, 2011) e il Terzo Censimento del non profit (Istat, 2013). Il primo, curato dal Prof. S. Zamagni, allora presidente dell’Agenzia per il TS, descrive lo stato di salute del non profit italiano, i suoi punti di forza e i nodi da sciogliere:

“La chiamano l’altra economia. È quella prodotta dal sistema del TS che arriva ormai a sfiorare il 5% del Pil, occupando in forma retribuita 750.000 persone e 3.300.000 volontari”
(Zamagni, 2011).

Il Libro bianco sottolinea che con 4 milioni di operatori, pari al 18% del totale dei lavoratori italiani, il non profit rappresenta il ‘contenitore sociale’ più grande in Italia: l’età media si aggira intorno ai 40 anni, il 60% è costituito da donne e quasi l’80% delle organizzazioni censite si è costituito negli ultimi vent’anni, a testimonianza della forte espansione che ha caratterizzato l’intero settore.

Il Terzo Censimento del non profit (il primo è del 1999, il secondo del 2001) fornisce la rappresentazione organica più aggiornata della dimensione nazionale del non profit che fotografa i dati al 31 dicembre 2011:
esso è costituito da 301.000 organizzazioni (+ 28% rispetto al 2001) ed i privati collegati al mondo non profit (volontari, dipendenti, altro) sono 5.700.000 (+46% rispetto al 2001). In particolare, sono due i segmenti più dinamici: quello a orientamento imprenditoriale (cfr. le 11.264 cooperative sociali quasi raddoppiate) e quello della filantropia (cfr. le 6.220 fondazioni più che raddoppiate) che sempre più si orienta anch’essa in senso produttivo.
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Campi di intervento.
Gli Enti del Terzo Settore perseguono finalità di interesse generale. La definizione di “interesse generale” è volutamente ampia: sono comprese le attività nel campo dell’assistenza sociale e sanitaria, dell’arte e della cultura, della ricerca e della formazione, dell’ambiente e degli animali, dello sport e del tempo libero, della tutela dei diritti civili, e ovviamente della cooperazione internazionale.

Per quanto riguarda i dati regionali, il non profit cresce soprattutto nel Nord e nel Centro Italia, con punte più alte di presenza e attività in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Lazio.
Quasi la metà dei dipendenti impiegati nelle istituzioni non profit (46,9%) è concentrata in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna.
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Fonte: Il terzo settore quale volano per l’economia dei territori
Aldo Cavadini1
1 Fondazione Sodalitas, Milano, e-mail: aldo.cavadini44@gmail.com.

Addetti e volontari per regione/provincia autonoma e ripartizione geografica. Censimento 2011, valori assoluti e rapporto di incidenza sulla popolazione. Sardegna (tra parentesi Italia)
Addetti v.a.
16.976 (680.811)
Per 10mila ab.
104 (115)
Volontari v.a.
140.794 (4.758.622 )
Per 10mila ab.
859 (801)
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Fonte: ISTAT. LA RILEVAZIONE SULLE ISTITUZIONI NON PROFIT: UN SETTORE IN CRESCITA

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DOCUMENTAZIONE. Tavolo tematico Economia sociale e solidale

DECRETO LEGISLATIVO 3 luglio 2017, n. 117
Codice del Terzo settore, a norma dell’articolo 1, comma 2, lettera b), della legge 6 giugno 2016, n. 106. (17G00128) (GU Serie Generale n.179 del 02-08-2017 – Suppl. Ordinario n. 43) – Entrata in vigore del provvedimento: 03/08/2017
(…)
Art. 1
Finalità ed oggetto

1. Al fine di sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, ad elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona, a valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa, in attuazione degli articoli 2, 3, 4, 9, 18 e 118, quarto comma, della Costituzione, il presente Codice provvede al riordino e alla revisione organica della disciplina vigente in materia di enti del Terzo settore.

Art. 2
Principi generali

1. E’ riconosciuto il valore e la funzione sociale degli enti del Terzo settore, dell’associazionismo, dell’attività di volontariato e della cultura e pratica del dono quali espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne è promosso lo sviluppo salvaguardandone la spontaneità ed autonomia, e ne è favorito l’apporto originale per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, anche mediante forme di collaborazione con lo Stato, le Regioni, le Province autonome e gli enti locali.
(…)
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Il Codice del Terzo settore è legge. Cosa cambia con il grande “riordino”
CSVnet 02 Ago 2017 Scritto da Stefano Trasatti

PRIMO: vengono abrogate diverse normative, tra cui due leggi storiche come quella sul volontariato (266/91) e quella sulle associazioni di promozione sociale (383/2000), oltre che buona parte della “legge sulle Onlus” (460/97).

SECONDO: vengono raggruppati in un solo testo tutte le tipologie di quelli che da ora in poi si dovranno chiamare Enti del Terzo settore (Ets). Ecco le sette nuove tipologie: organizzazioni di volontariato (che dovranno aggiungere Odv alla loro denominazione); associazioni di promozione sociale (Aps); imprese sociali (incluse le attuali cooperative sociali), per le quali si rimanda a un decreto legislativo a parte; enti filantropici; reti associative; società di mutuo soccorso; altri enti (associazioni riconosciute e non, fondazioni, enti di carattere privato senza scopo di lucro diversi dalle società).
Restano dunque fuori dal nuovo universo degli Ets, tra gli altri: le amministrazioni pubbliche, le fondazioni di origine bancaria, i partiti, i sindacati, le associazioni professionali, di categoria e di datori di lavoro. Mentre per gli enti religiosi il Codice si applicherà limitatamente alle attività di interesse generale di cui all’esempio successivo.
Gli Enti del Terzo settore saranno obbligati, per definirsi tali, all’iscrizione al Registro unico nazionale del Terzo settore (già denominato Runts…), che farà quindi pulizia dei vari elenchi oggi esistenti. Il Registro avrà sede presso il ministero delle Politiche sociali, ma sarà gestito e aggiornato a livello regionale. Viene infine costituito, presso lo stesso ministero, il Consiglio nazionale del Terzo settore, nuovo organismo di una trentina di componenti (senza alcun compenso) che sarà tra l’altro l’organo consultivo per l’armonizzazione legislativa dell’intera materia.

TERZO: vengono definite in un unico elenco riportato all’articolo 5 le “attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale” che “in via esclusiva o principale” sono esercitati dagli Enti del Terzo settore. Si tratta di un elenco, dichiaratamente aggiornabile, che “riordina” appunto le attività consuete del non profit (dalla sanità all’assistenza, dall’istruzione all’ambiente) e ne aggiunge alcune emerse negli ultimi anni (housing, agricoltura sociale, legalità, commercio equo ecc.).
Gli Ets, con l’iscrizione al registro, saranno tenuti al rispetto di vari obblighi riguardanti la democrazia interna, la trasparenza nei bilanci, i rapporti di lavoro e i relativi stipendi, l’assicurazione dei volontari, la destinazione degli eventuali utili.
Ma potranno accedere anche a una serie di esenzioni e vantaggi economici previsti dalla riforma: circa 200 milioni nei prossimi tre anni sotto forma, ad esempio, di incentivi fiscali maggiorati (per le associazioni, per i donatori e per gli investitori nelle imprese sociali), di risorse del nuovo Fondo progetti innovativi, di lancio dei “Social bonus” e dei “Titoli di solidarietà”.
Senza contare che diventano per la prima volta esplicite in una legge alcune indicazioni alle pubbliche amministrazioni: come cedere senza oneri alle associazioni beni mobili o immobili per manifestazioni, o in comodato gratuito come sedi o a canone agevolato per la riqualificazione; o incentivare la cultura del volontariato (soprattutto nelle scuole): o infine coinvolgere gli Ets sia nella programmazione che nella gestione di servizi sociali, nel caso di Odv e Aps, “se più favorevoli rispetto al ricorso al mercato”.
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Un esempio di incentivazione e collaborazione da parte delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti degli Enti del Terzo Settore, previsto dalla recente legge di riordino

ARTICOLO 71 (Locali utilizzati)
1. Le sedi degli enti del Terzo settore e i locali in cui si svolgono le relative attività istituzionali, purché non di tipo produttivo, sono compatibili con tutte le destinazioni d’uso omogenee previste dal decreto del Ministero dei lavori pubblici 2 aprile 1968 n. 1444 e simili, indipendentemente dalla destinazione urbanistica.
2. Lo Stato, le Regioni e Province autonome e gli Enti locali possono concedere in comodato beni mobili ed immobili di loro proprietà, non utilizzati per fini istituzionali, agli enti del Terzo settore, ad eccezione delle imprese sociali, per lo svolgimento delle loro attività istituzionali. La cessione in comodato ha una durata massima di trent’anni, nel corso dei quali l’ente concessionario ha l’onere di effettuare sull’immobile, a proprie cura e spese, gli interventi di manutenzione e gli altri interventi necessari a mantenere la funzionalità dell’immobile.
3. I beni culturali immobili di proprietà dello Stato, delle regioni, degli enti locali e degli altri enti pubblici, per l’uso dei quali attualmente non è corrisposto alcun canone e che richiedono interventi di restauro, possono essere dati in concessione a enti del terzo settore, che svolgono le attività indicate all’articolo 5, comma 1, lettere f), i), k), o z) con pagamento di un canone agevolato, determinato dalle amministrazioni interessate, ai fini della riqualificazione e riconversione dei medesimi beni tramite interventi di recupero, restauro, ristrutturazione a spese del concessionario, anche con l’introduzione di nuove destinazioni d’uso finalizzate allo svolgimento delle attività indicate, ferme restando le disposizioni contenute nel decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. La concessione d’uso è finalizzata alla realizzazione di un progetto di gestione del bene che ne assicuri la corretta conservazione, nonché l’apertura alla pubblica fruizione e la migliore valorizzazione. Dal canone di concessione vengono detratte le spese sostenute dal concessionario per gli interventi indicati nel primo periodo entro il limite massimo del canone stesso. L’individuazione del concessionario avviene mediante le procedure semplificate di cui all’articolo 151, comma 3, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Le concessioni di cui al presente comma sono assegnate per un periodo di tempo commisurato al raggiungimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa e comunque non eccedente i 50 anni.
4. Per concorrere al finanziamento di programmi di costruzione, di recupero, di restauro, di adattamento, di adeguamento alle norme di sicurezza e di straordinaria manutenzione di strutture o edifici da utilizzare per le finalità di cui al comma 1, per la dotazione delle relative attrezzature e per la loro gestione, gli enti del Terzo settore sono ammessi ad usufruire, nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, al ricorrere dei presupposti e in condizioni di parità con gli altri aspiranti, di tutte le facilitazioni o agevolazioni previste per i privati, in particolare per quanto attiene all’accesso al credito agevolato.
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Una parte consistente del Codice (sei articoli, dal 61 al 66, pari al 14% dell’estensione del testo) è dedicata ai Centri di servizio per il volontariato (CSV), interessati da una profonda revisione in chiave evolutiva che ne riconosce le funzioni svolte nei primi 20 anni della loro esistenza e le adegua al nuovo scenario. A cominciare dall’allargamento della platea a cui i CSV dovranno prestare servizi, che coinciderà con tutti i “volontari negli Enti del Terzo settore”, e non più solo con quelli delle organizzazioni di volontariato definite dalla legge 266/91 (anche se in realtà era già cospicua la quota di realtà del terzo settore “servite” in questi anni).

I Centri – che dovranno essere di nuovo accreditati – verranno governati da un inedito Organismo nazionale di controllo (Onc) e dalle sue articolazioni territoriali (Otc), le cui maggioranze saranno detenute dalle fondazioni di origine bancaria. Sarà inoltre ridotto il numero complessivo dei Centri in riferimento ad alcuni parametri territoriali. Nella governance dei CSV potranno entrare tutti gli Ets (secondo il cosiddetto principio delle “porte aperte”), lasciando però al volontariato la maggioranza nelle assemblee. Saranno previsti nuovi criteri di incompatibilità tra la carica di presidente di un CSV e altre cariche, ad esempio ministro, parlamentare, assessore o consigliere regionale o di comuni oltre i 15 mila abitanti. I CSV, insieme alle Reti associative nazionali, potranno essere autorizzati dal ministero delle Politiche sociali all’“autocontrollo degli Enti del Terzo settore”. Viene infine centralizzato e ripartito a livello nazionale il fondo per il funzionamento dei CSV, che continuerà ad essere alimentato da una parte degli utili delle fondazioni di origine bancaria e da un credito di imposta fino a 10 milioni, a regime, che queste ultime si vedranno riconoscere ogni anno.

Nel nostro tavolo di lavoro intendiamo rappresentare questo mondo con alcune esperienze esemplari che spaziano in più campi e con alcune riflessioni di carattere generale, affidate a:
- Ettore Cannavera
- Antonello Caria
- Gisella Trincas
- Giuliano Angotzi
- Remo Siza.

Avendo sviluppato la tematica anche in iniziative di riflessione e dibattito precedenti all’odierno incontro, anticipiamo di seguito alcune conclusioni, meglio definite come
“Proposte impegnative”.

Impegno a sviluppare in Sardegna l’Economia Sociale e Solidale (ESS), favorendo l’associazionismo e la partecipazione dei cittadini (Enti del Terzo Settore e ulteriori modalità di organizzazione dei cittadini attivi), attraverso le sinergie tra pubblico e privato.
Individuazione e utilizzo sociale dei “beni comuni”, con il coinvolgimento della finanza etica e partecipata e in particolare delle Fondazioni ex bancarie.
In materia di ESS massimo sostegno soprattutto pubblico alla ricerca scientifica e alla formazione in tutte le sue possibili articolazioni.
Obbiettivo: portare la Sardegna a raggiungere i risultati delle migliori regioni italiane, in un tempo massimo di tre anni.

La parola dunque ai nostri interlocutori.
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Intervento di Ettore Cannavera
4 ottobre 2017
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Nei 10 minuti a disposizione voglio esprimere i miei pensieri quasi per battute, senza poter approfondire più di tanto. E parto dalla frase di papa Francesco, da altri appena citata, ma soprattutto ricordando la mia appartenenza alla Chiesa Cattolica… : “Il lavoro che vogliamo: Libero, Creativo, Partecipativo, Solidale”. Siamo molto lontani da questo obiettivo.
Questa aspirazione nasce dalla realizzazione del nostro essere uomini. Il lavoro non è qualcosa che possa esserci o non esserci, ma il lavoro è essenzialmente la realizzazione della nostra umanità. Permettetemi di citare Freud. La vita – secondo Freud – si realizza per il 50% nel vivere la nostra sessualità, l’altro 50% nella realizzazione delle nostre potenzialità, delle nostre capacità nel lavoro, sia intellettuale che manuale. Uno che non lavora è – oserei dire – parzialmente realizzato nella sua umanità. Ecco perché parlare del lavoro non è uno dei tanti argomenti di cui la politica possa occuparsi, ma il primissimo obiettivo di cui la politica “si deve” occupare perché deve pensare alla realizzazione dei cittadini di cui è responsabile.
Perché il lavoro ?
Perché il lavoro dà la possibilità di mettere a frutto tutte le nostre potenzialità: intellettive, manuali, artistiche, relazionali, ecc.
Ciascuno di noi è in quanto realizzato nel proprio lavoro oltre che nelle relazioni affettive.
Ecco perché è un argomento di cui non si può non parlare. Ed ecco perché noi dobbiamo richiamare i nostri responsabili politici perché lo sviluppo del mondo si realizza nello sviluppo delle proprie potenzialità. Se uno è credente può appellarsi alla visione biblica: Dio non ha creato il mondo, lo ha appena iniziato – dice così la Bibbia – e allora la realizzazione dell’umanità è nel completare il benessere del mondo realizzato dall’uomo. Ecco perché il “non lavoro” genera nel tempo una menomazione. Chi non lavora è una persona monca, manca qualcosa della sua personalità. Lo dice l’antropologia, lo dice la filosofia, lo dice la psicologia. Ecco perché non è qualcosa su cui possiamo transigere, deve essere il nostro impegno quotidiano, culturale, politico, di primo ordine. È gravissimo se penso che ci sono persone, soprattutto tra i più giovani che non possono realizzarsi nel lavoro, perché è così che si realizza la nostra umanità. Questo deve essere l’obiettivo principale della politica, non l’arricchimento di pochi, ma il lavoro arricchimento di tutti. È questo che deve essere sempre l’obiettivo principale. La parola solidarietà è una parola ambigua, a mio avviso: essere solidali molte volte è stato interpretato nel senso di beneficenza, del “volemose bene”, la solidarietà invece vuol dire riconoscere il diritto fondamentale di ciascuno di realizzare pienamente la propria umanità. E allora: quale è il nostro compito? Ebbene i cristiani, i cattolici (oggi riferendosi a questo Papa) richiamano questi contenuti. Ma non c’è un serio impegno in questo settore. Troppo spesso le nostre parole dentro le nostre chiese sono parole vuote, sono parole che non gridano al diritto fondamentale perché tutti gli uomini abbiano un lavoro. Ancora prima di avere l’accesso alla preghiera, l’accesso al tempo libero.
La mia esperienza come cappellano nel nostro carcere minorile di Quartucciu, mi ha convinto che la cosa peggiore non è la condanna della privazione della libertà, ma la più disumana è la condanna all’ozio. Che non è quell’ozio (positivo) di cui si parlava prima: è l’ozio di ragazzi dai 14 ai 25 anni, distesi nei loro letti in attesa che passi il tempo, che sia espiata la loro pena, la loro condanna. Ma la condanna peggiore è quell’ozio a cui sono condannati dentro il carcere. Anche nel nostro carcere di Uta, dei 650 detenuti lavorano solo 60-70 persone mentre tutti gli altri sono condannati all’ozio. Questa è la cosa più grave della condizione detentiva. Anche l’accoglienza dei rifugiati è orientata più verso l’assistenzialismo, piuttosto che al rispetto dei diritti spettanti a tutti gli esseri umani: il lavoro.
L’assistenza si dà a chi non è in grado di lavorare, a chi ha diverse difficoltà, ma assistere uno che arriva in Italia in cerca di dignità, perché scappa non solo dalla persecuzione, ma scappa dalla povertà, in cerca di un diritto: il lavoro dignitoso. L’assistiamo? Diamo loro un compenso per vivere? Ecco perché la destra gioca molto su questo. Perché si spende troppo per assistere queste persone che arrivano da noi. Non siamo in grado di organizzare le opportunità lavorative! Perché ancora prima del bisogno di nutrirsi hanno necessità di realizzare la loro umanità. Per questo il compito principale del nostro Governo, deve essere improntato sulla ricerca di opportunità lavorative. Nella mia esperienza nella gestione dello SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo Rifugiati) accogliamo 35 rifugiati: quale è il nostro compito principale? Quello di creare una svolta, dare loro possibilità di vivere del loro lavoro. Questo è il rispetto della dignità umana. Non assistenza, ma rispetto, con una retribuzione dignitosa, non sfruttamento. Perché questo sta capitando ai nostri rifugiati, invece ci vuole un riconoscimento del loro diritto fondamentale: il lavoro. Il nostro compito, e credo sia l’obiettivo di questo nostro incontro, è quello di avere una coscienza, di rispetto della dignità della persona che non può non passare se non attraverso il lavoro, la realizzazione delle proprie potenzialità, intellettive, manuali, artistiche. L’aspetto più importante dell’uomo è poter dire che vive del proprio lavoro. In conclusione, il convegno di stasera deve giustamente ribadire questo rispetto della dignità e dei diritti. La dignità è legata ai diritti. Il diritto fondamentale è poter vivere del proprio lavoro. E che dire del lavoro precario, del modo in cui stiamo vivendo questa situazione storica, in Sardegna e nel mondo intero? L’invito finale che vorrei fare è proprio questo: non pregare per queste persone, ma pregare perché tutti abbiano pienamente dignità nel rispetto del loro impegno, della loro capacità per poter dire che si vive del proprio lavoro. In fondo l’impegno principale di un politico nel gestire la polis non è altro che creare per tutti opportunità di lavoro. Ed è per questo che tutti noi dobbiamo batterci e credo sia il messaggio di questo convegno.
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Seconda parte

La mia aspirazione è che si prenda consapevolezza della necessità del superamento del concetto e soprattutto della pratica dell’assistenzialismo. Sto male quando i mass media pubblicano i dati delle Comunità, in particolare parlo ad esempio del Sant’Egidio di Roma, o della Caritas. dicono: “questa Pasqua siamo passati ad assistere da 3000 a 6000 persone”. Come dire “abbiamo fatto bene!” Invece lo devono dire con tristezza: più aumenta l’assistenza più vengono dimenticati i diritti. Ecco perché dico al nostro mondo cattolico: superate questa visione strabica che quasi si bea del bene fatto e non cerca di superare questa discriminazione. Se aiuto, giustamente, chi ha bisogno, nello stesso tempo devo lavorare perché non ci sia più bisogno del mio aiuto. Questo è a mio avviso il rispetto della dignità della persona, dei diritti della persona. L’assistenzialismo va superato. È ammissibile assistere solo se nello stesso tempo vado a chiedere politica perché vi sia sempre meno bisogno di assistenza, proprio perché vengono riconosciuti i diritti di ciascuno. Questa è un’azione veramente politica anche seguendo l’insegnamento evangelico perché si basa sul rispetto della dignità di tutte le persone.

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Intervento di Antonello Caria
(non ancora pervenuto)
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Intervento di Gisella Trincas
(non ancora pervenuto)
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Intervento di Giuliano Angotzi
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Il gruppo di acquisto solidale (GAS)
“I gruppi d’acquisto solidale (Gas) sono gruppi informali di cittadini che si incontrano e si organizzano per acquistare insieme prodotti alimentari o di uso comune. L’acquisto avviene secondo il principio della solidarietà, che li porta a preferire produttori piccoli e locali, rispettosi dell’ambiente e delle persone, con i quali stabiliscono una relazione diretta” (http://www.economiasolidale.net/content/cose-un-gas ).
I GAS non sono isolati. Dopo anni di attività è stata organizzata una rete di mutuo aiuto, la Rete di economia solidale. Nel sito web http://www.economiasolidale.net/ sono riportati i principi generali (pagina http://www.economiasolidale.net/content/cose-un-gas ) e indicazioni per l’organizzazione e l’attività (http://www.economiasolidale.net/content/risorse-e-strumenti-i-gas ) dei GAS.
Della rete di economia solidale, a livello distrettuale e regionale, fanno parte oltre ai GAS anche produttori e fornitori legati ai GAS ( http://www.economiasolidale.net/content/rete-di-economia-solidale-res ).
Il documento fondativo e programmatico della rete di economia solidale è la Carta per la rete italiana di economia solidale (http://www.solidariusitalia.it/2012/04/carta-per-la-rete-italiana-di-economia-solidale-res/ ).
-

Dopo questa breve introduzione al GAS e alla rete di economia solidale, propongo le mie personali valutazioni su alcuni aspetti dell’attività dei GAS, rilevanti sia per i suoi soci sia per i piccoli produttori e i fornitori locali. In questo intervento farò riferimento all’esperienza particolare del GAS Pietrasanta. Occorre infatti tener presente che ogni GAS è autonomo pur facendo riferimento ai principi dell’economia solidale e che la rete dell’economia solidale non è sovraordinata ai GAS ma piuttosto ne costituisce espressione e supporto.
Individuazione e scelta dei prodotti prioritari per il GAS
In genere singoli soci propongono l’acquisto di un prodotto o di gruppi di prodotti, o per la necessità del loro acquisto o per conoscenza del produttore o fornitore. Il gruppo valuta criticamente le proposte in base ai bisogni/domande prevalenti. Di solito si procede ad almeno un ordine. Nella fase iniziale dell’attività, il nostro gruppo, accanto a scelte di prodotti ancora in ordine, ha ordinato una sola volta anche sciarpe vietnamite e vestiti di canapa. La scelta di prodotti di uso comune e frequente garantisce la continuità nelle relazioni con i produttori/fornitori, con evidenti vantaggi per loro nella programmazione dell’attività e dell’impiego della manodopera.

Individuazione e scelta dei fornitori
Principio della filiera corta (rapporto diretto con il produttore). In generale i GAS scelgono preferenzialmente i piccoli produttori. Ad esempio, il nostro gruppo acquista patate e farina di castagne dalla cooperativa “La mulattiera” della frazione versiliese di Minazzana, sviluppatasi in collaborazione con il nostro GAS, e miele da un’azienda a carattere familiare della Garfagnana. Il nostro gruppo, inoltre, si rivolge a piccoli produttori o loro consorzi che verticalizzano la produzione: dal grano alla pasta, dall’allevamento di bovine da latte al parmigiano, dall’allevamento di suini agli insaccati).
Principio del Km 0 (rapporto con i produttori locali). Nella sua applicazione il nostro gruppo, come gli altri GAS, ha trovato diversi limiti. Non sempre è possibile reperire localmente i prodotti più richiesti dai soci: ad esempio, le arance le acquistiamo in Sicilia, il riso nel Pavese. Talvolta le caratteristiche del prodotto o le modalità della sua produzione non sono accettabili dai soci: ad esempio il nostro GAS preferisce acquistare verdura e frutta biologica e pollame e conigli allevati “in libertà”, non sempre facilmente reperibili in zona. Un’altra difficoltà è costituita da condizioni di inquinamento ambientale attuale o pregresso, che orientano i soci a escludere l’acquisto di verdura, frutta, carni e uova da produttori locali. Nel nostro caso la pregressa attività di un inceneritore ci ha portato ad escludere i produttori nell’area della stimata ricaduta dei fumi. Nella esperienza dei GAS, il riferimento a produttori locali ha stimolato la produzione, determinandone l’aumento in volume e la differenziazione dei prodotti; in alcuni casi ha provocato l’inizio dell’attività di aziende, che per lungo tempo si sono rivolte quasi esclusivamente ai GAS.
Prodotto di buona qualità (per i prodotti alimentari: produzione integrata, biologica, biodinamica; per altri prodotti: materie prime “naturali”; impiego di tecnologie adeguate per qualità e igiene). Il limite maggiore di questa ricerca, per i soci dei GAS come per tutti i consumatori, è costituito dalla scarsa capacità di controllo. Nel caso dei piccoli produttori non è possibile pretendere il controllo di qualità e la certificazione di produzione biologica per l’eccessivo costo. D’altra parte recenti inchieste giornalistiche hanno dimostrato che non sempre la certificazione di produzione biologica è affidabile. L’unica possibilità di superare questo limite sta nel rapporto fiduciale tra soci del GAS e produttori. A livello europeo sono stati messi a punto sistemi di garanzia di qualità di prodotto alternativi alla certificazione di terzi: Participatory guarantee systems Guidelines, International Federation of organic agriculture movements IFOAM 2008
http://www.ifoam.bio/sites/default/files/page/files/pgs_guidelines_en_web.pdf
Les Systèmes participatifs de garantie, Fondation Nicolas Hulot pour la nature et l’homme 2015
http://www.fondation-nature-homme.org/sites/default/files/publications/150215_vp21-systemes-participatifs-garantie.pdf
A livello toscano è in corso il Progetto Biosi-Bio: lo faccio così (in corso), Associazione Crisoperla – Carrara
http://www.crisoperla.it/
Il nostro GAS partecipa a questo progetto.
Modalità di produzione rispettose dei diritti dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente. Per quanto è possibile sapere dai piccoli produttori locali di riferimento, per quanto essi aderiscano a tali principi, risulta loro difficile ottemperare alla complicata normativa in materia. E’ necessario prevedere per le microaziende (sino a 10 “lavoratori”), categoria entro cui ricadono tutti i piccoli produttori di riferimento dei GAS, una semplificazione della normativa e una diffusa ed efficace assistenza tecnica da parte della associazioni di categoria e dei servizi pubblici.
Anche nell’applicazione di questo principio, piuttosto che il controllo di terzi, deve prevalere il rapporto fiduciale tra GAS e produttori, come già indicato per la qualità dei prodotti.
Rapporto qualità/prezzo superiore al mercato. Nel sito della rete di economia solidale vengono proposte alcune considerazioni.
“I Gas non sono gruppi che si fanno forza della loro domanda organizzata per tirare sul prezzo e strappare condizioni vantaggiose dai produttori. I Gas insieme ai produttori cercano le condizioni (prodotti, quantità, consegne, imballaggi) migliori per entrambi e il prezzo giusto che riconosca degnamente il lavoro dei produttori e sia compatibile con le tasche dei consumatori.
La riduzione degli scarti, degli imballaggi, dei trasporti e del numero di passaggi porta normalmente ad un risparmio rispetto a prodotti di pari qualità acquistati in altri circuiti distributivi.
Il risparmio non è un obiettivo prioritario dei Gas, anche se normalmente si ottiene come risultato della collaborazione all’interno e verso l’esterno.”

Nella nostra esperienza, in generale, acquistiamo prodotti biologici ad un prezzo inferiore a quello dei supermercati. E’ comunque importante rilevare che prezzi elevati portano la maggioranza dei soci a non acquistare il prodotto: quindi se si vuole evitare che il GAS si restringa a soci disposti a pagare prezzi molto elevati, lontani dai prezzi del mercato, è necessario ricercare un accordo con il produttore o rivolgersi a un altro produttore.
Principio di solidarietà. Il sito di economia solidale propone queste considerazioni.
“Un gruppo d’acquisto diventa solidale nel momento in cui decide di utilizzare il concetto di solidarietà come criterio guida nella scelta dei prodotti. Solidarietà che parte dai membri del gruppo e si estende ai piccoli produttori che forniscono i prodotti, al rispetto dell’ambiente, ai popoli del sud del mondo e a coloro che subiscono le conseguenze inique di questo modello di sviluppo.”
Tra i numerosi esempi di solidarietà da parte dei GAS possiamo citare la collaborazione con Libera, il sostegno alle aziende in difficoltà per la guerra commerciale della grande distribuzione (“le patate della legalità” consorzio Le Galline Felici), l’acquisto del caffè prodotto dai carcerati di Milano, la collaborazione con i produttori sudamericani di caffè (GAS di Lecco), il riferimento costante a Altromercato.

Relazioni tra GAS e fornitori.
• Per i piccoli produttori è molto importante la regolarità e continuità degli ordini da parte del GAS. Permette la programmazione dell’attività di impresa e la regolarità dei rapporti di lavoro (familiari, lavoro subordinato, cooperanti). Per ottenerle è necessaria una solida organizzazione dei GAS, con referenti di prodotto o di produttore, che provvedono a raccogliere le richieste dei soci, inviare l’ordine, ricevere i prodotti e distribuirli tra i soci, provvedere ai pagamenti.
• Per i GAS è necessaria la regolarità e continuità delle forniture da parte dei produttori. Spesso l’arrivo dei corrieri non avviene nei tempi previsti creando difficoltà nella ricezione e nella distribuzione dei prodotti.
• Talora ci sono difficoltà nei pagamenti. Nelle fasi iniziali della loro attività alcune aziende hanno difficoltà a emettere fattura o scontrino fiscale o a ricevere un bonifico come pagamento.
• Sono molto frequenti gli incontri tra GAS e produttori e le visite dei GAS nelle aziende. Le aziende spesso partecipano alle iniziative pubbliche dei GAS.
I GAS e la distribuzione commerciale generale
L’attività dei GAS contribuisce allo sviluppo della cultura del consumo critico e provoca modifiche del comportamento anche a livello della grande distribuzione: offerta di prodotti diversificati per qualità (biologici, biodinamici, ecc.), dichiarazione dell’origine del prodotto e delle materie prime impiegate anche oltre gli obblighi di legge, offerta di prodotti locali, soprattutto agricoli. Ne deriva un incremento della produzione locale e, conseguentemente, dell’offerta di lavoro a livello locale.
Conclusioni.
L’attività dei GAS può contribuire ad incrementare l’occupazione con lavori di buona qualità e adeguatamente remunerati? A livello macroeconomico, verosimilmente no, perché non cresce la domanda complessiva di beni e servizi. Tuttavia, a livello locale può determinare l’aumento della richiesta di alcune categorie di beni a particolari tipi imprese, concorrendo a sviluppare l’occupazione a livello locale sia direttamente sia indirettamente.
• Tuttavia la domanda e la solidarietà dei GAS non è sufficiente per lo sviluppo delle microaziende della rete solidale. Sono necessarie misure di politica economica (nazionale e della Unione europea) volte a semplificare la normativa d’impresa, ad organizzare ed erogare una diffusa ed efficace assistenza tecnica di buon livello, a rendere necessaria la dichiarazione di origine dei prodotti e della materie prime impiegate (a partire dai prodotti per l’alimentazione).
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Intervento di Remo Siza
Dal welfare attivo al welfare condizionale

1. Verso un modello unico di welfare
La cultura e l’operatività delle politiche di welfare stanno cambiando. I cambiamenti che sono avvenuti in questi anni oramai coinvolgono il sistema dei servizi alla persona nella sua interezza e buona parte dei servizi di welfare, coinvolgono quelle differenti sfere di azione e di vita che abbiamo imparato a valorizzare o a porre in discussione sin dalle prime ricerche e studi sul welfare mix: è cambiato il ruolo delle famiglia ed è cresciuta a dismisura la sua capacità di compensazione, è cambiato il ruolo e la consistenza della rete locale dei servizi, gli effetti delle prestazioni monetarie erogate direttamente dallo Stato, il ruolo del terzo settore, i processi di legittimazione e di riconoscimento del privato. Le politiche di welfare sono cambiate anche nelle rappresentazioni e nella percezione collettiva e ora il senso di quello che fanno le persone che operano nel sociale è sempre meno riconosciuto e valorizzato. Il welfare emergente riattualizza distinzioni che operatori e cittadini avevano reso obsoleti, quella tra poveri ritenuti meritevoli (deserving poor), vittime incolpevoli di circostanze e di crisi di carattere collettivo; e poveri i cui valori e comportamenti moralmente riprovevoli (undeserving poor) sono ritenuti la causa primaria del loro stato. Su questa base si differenzia la qualità delle prestazioni di welfare e si valuta il senso degli interventi e degli operatori sociali che li erogano. Il neoliberismo orienta per molti aspetti le possibili scelte e i valori sociali: ora non è più soltanto una concezione politica ed economica da condividere o a cui contrapporsi, ma è diventata una parte non secondaria del nostro senso comune, del nostro modo di osservare e di valutare le azioni e i comportamenti degli altri, delle persone in difficoltà
Le politiche di welfare sono tradizionalmente finalizzate a proteggere le persone dai rischi sociali della società industriale (prima modernità), come la disoccupazione, la malattia, la vecchiaia, la disabilità, e dai nuovi rischi delle società della seconda modernità quali la precarietà, la non autosufficienza, la fragilità delle reti primarie, le difficoltà crescenti che le persone incontrano nel conciliare la vita lavorativa con la vita familiare. Allo stesso tempo, le politiche di welfare intendono operare anche in una secondo versante, con una logica di investimento sociale che sposta l’asse delle politiche sociali dal presente al futuro (Morel et all. 2012), con politiche di attivazione finalizzate alla crescita delle persone e delle famiglie, della loro capacità di creare relazioni di benessere e di cura, alla prevenzione dei rischi connessi ai cambiamenti occupazionali; all’acquisizione di capacità di lavorare insieme per scopi comuni, di associarsi e di partecipare alle scelte collettive.
Per quanto riguarda il primo obiettivo le assenze sono numerose: troppi rischi sociali accompagnano le scelte individuali di vita che riguardano il lavoro, il reddito, la malattia, la maternità e in questo ultimo decennio molte tutele di welfare si sono ulteriormente indebolite. Sul versante dei processi di attivazione e di investimento sociale, l’arretramento è per certi versi ancora più significativo: la capacità delle politiche di welfare di operare nelle comunità, di valorizzare le competenze delle persone, di investire sull’infanzia e su politiche familiari, di creare valori comuni e nuove forme associative, si sono ridotte ulteriormente. Il riferimento del welfare italiano è diventato il modello adottato da molte nazioni europee in cui il sistema pubblico convive con un sistema privato molto dinamico e finanziato prevalentemente da fondi sanitari, fondi pensionistici, welfare aziendale, un modello che rafforza il ruolo dei soggetti privati che storicamente hanno avuto in Italia un ruolo marginale.
I welfare europei stanno andando in questa direzione attenuando sensibilmente le differenze tra i vari sistemi nazionali. Ciò che sta emergendo in Europa, sostanzialmente, è una sorta di modello unico di welfare, una configurazione che possiamo definire “ibrida” o “mista” che combina, in termini ritenuti finanziariamente più sostenibili, modalità d’intervento storicamente privilegiate dai sistemi di welfare liberale con modalità dei sistemi di welfare socialdemocratico, limitate risorse pubbliche e crescenti risorse private. Le risposte ai nuovi rischi sociali sono cercate nel proporre nuove soluzioni economiche di mercato o nuovi interventi pubblici. Tutto quello che è al di fuori di questa combinazione è ritenuto insignificante.

2. La crescente dualizzazione
Il sistema di welfare che si sta consolidando in Europa, tende a non riconoscere la rilevanza di risorse e relazioni di cura che si sviluppano nella famiglia, con minor frequenza promuove azioni per valorizzare le relazioni informali. Per rispondere ad una crescente domanda di servizi e prestazioni in una epoca in cui le risorse pubbliche diminuiscono, la soluzione diventa un utilizzo massic-cio di risorse private. Le relazioni intersoggettive non si ritiene che possano integrare, modificare le combinazioni tra stato mercato, ciò che accade in que-sta sfera di vita è sostanzialmente irrilevante per l’organizzazione dei servizi di welfare: si dà per scontato che la famiglia e le relazioni di aiuto informali si stiano indebolendo e che nulla possa essere fatto per invertire questa deriva. Si ragiona con una logica sostitutiva: nuovi modi di creare sostegno reciproco, di socialità, le innovative forme di domiciliarità e di abitare leggero che si stanno rapidamente diffondendo, non sono riconosciute nella loro rilevanza, non si avviano azioni per valorizzarle e sostenerle, ma per sostituirle con più consistenti e stabili risorse di mercato.
Il risultato complessivo di queste concezioni del welfare è il rafforzamento di alcuni principi, modi di intendere, valori, che chi opera nel sociale contrasta e stenta a riconoscere come propri, ma che nel loro insieme rischiano di diventare il nuovo quadro di riferimento delle politiche sociali.
Il modello emergente è un welfare dualizzato, in cui la maggioranza delle famiglie potrà contare su un sistema pubblico universalistico sempre meno efficiente e che garantisce una copertura dei rischi sempre meno estesa. Le famiglie con redditi e condizioni lavorative soddisfacenti potranno integrare le prestazioni pubbliche con assicurazioni private e con ulteriori benefici, quali il welfare aziendale, derivanti dalla loro posizione lavorativa. Le altre famiglie, invece, inevitabilmente potranno accedere in termini molto limitati alle prestazioni private. Il modello di riferimento delle trasformazioni auspicate da molte forze politiche e sociali è quello adottato da anni da molte nazioni europee in cui il sistema pubblico convive con un sistema privato molto più dinamico di quello italiano e finanziato prevalentemente da fondi assicurativi.
In Italia storicamente la dualizzazione del welfare ha riguardato essenzialmente soltanto due ambiti d’intervento: la protezione dalla perdita del lavoro e il sistema pensionistico. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le protezioni sono state sempre molto differenziate tra gli insiders – i dipendenti pubblici, i lavoratori delle grandi imprese ed alcuni settori dell’industria – e gli outsiders – gli occupati in piccole imprese, nel settore edile, nel commercio, una parte considerevole dei lavoratori autonomi – che ricevono misure di sostegno molto basse in caso di disoccupazione. Il sistema pensionistico non ha svolto storicamente una funzione redistributiva e si è limitato a riproporre queste distinzioni differenziando significativamente le prestazioni economiche garantite e avvantaggiando le categorie occupazionali più protette dai rischi di disoccupazione.
Ora la dualizzazione è diventata un principio sulla base del quale si riorganizzano tutti gli ambiti di vita (una differenziazione nel sistema dei trasporti dall’alta velocità ai treni dei pendolari, nell’organizzazione degli spazi urbani, nello sviluppo economico di aree territoriali differenti) e si costruisce una società dinamica e moderna, senza alcuna preoccupazione sulle troppo estese disuguaglianze e separazioni che inevitabilmente contribuisce a creare.

3. La rilevanza delle politiche di controllo
Nelle strategie emergenti nei welfare europei, il welfare attivo si trasforma in un welfare condizionale in cui le relazioni di cura perdono rilevanza e prevalgono politiche di controllo nelle prestazioni di welfare, l’accesso ai servizi dipende dal comportamento responsabile del beneficiario. I beneficiari che non si comportano in modo responsabile (hanno comportamenti moralmente riprovevoli, non rispettano le prescrizioni, non si impegnano a cercare un lavoro, non accettano il lavoro offerto, non frequentano corsi di aggiornamento) subiscono la riduzione o la sospensione dei benefici previsti.
I beneficiari di prestazioni di welfare (dalle persone che abitano case popolari ai senza dimora) sono soggetti al rispetto di numerose condizioni, in termini di stringenti requisiti di accesso (reddito, condizioni occupazionali, disabilità), ma soprattutto devono assumere determinati comportamenti, in caso contrario si procede alla revoca parziale o totale del beneficio. Chi opera nel sociale esprime preoccupazione nei confronti del destino di coloro che perdono il lavoro e perdono, a causa di sanzioni, anche i benefici di welfare. Ma adottare questo modello di intervento è diventata una prassi scontata e indipendente dalla collocazione politica dei governi in carica, come se ci fossero delle consistenti e indiscutibili evidenze scientifiche che supportano queste scelte.
In Italia, le disposizioni del decreto istitutivo del Reddito di inclusione (REI) introducono una condizionalità significativa, prevedono sanzioni molto severe, sospensioni e decadenze dai benefici previsti per chi non rispetta accordi e prescrizioni. Eppure molte ricerche empiriche hanno evidenziato che questo sistema di sanzioni rischia di promuovere piuttosto che la crescita delle persone, distacchi e allontanamenti dalle relazioni di cura delle persone che presentano maggiori difficoltà e che persistono nell’assumere comportamenti riprovevoli. La scarsità delle risorse destinate al finanziamento del REI produce effetti sulle relazioni sociali non secondari: sono stati introdotti requisiti di accesso e priorità nella scelta dei beneficiari che non rappresentano indiscutibilmente condizioni di maggiore deprivazione, rischiando in questo modo di creare competizioni tra gruppi sociali che vivono condizioni simili e che temono scelte discrezionali, conflitti tra le persone che temono di essere escluse dal lavoro e anche dagli interventi di sostegno economico. In un welfare che marginalizza la qualità sociale delle relazioni di aiuto, i progetti personalizzati di attivazione previsti dal REI rischiano di subire una attuazione molto riduttiva, una loro riduzione a beneficio economico accompagnato da progetti personalizzati molto deboli, sbrigativi, che prevedono sanzioni più che articolate relazioni di sostegno. Il timore che emerga una sorta di “accanimento selettivo”, un’applicazione severa e punitiva delle norme e dei criteri di accesso alle prestazioni sociali che esclude le persone non affidabili né come lavoratori né come cittadini, mentre le persone con maggiori strumenti culturali e maggiori relazioni riescono comunque ad ottenere un’applicazione delle norme e dei criteri di accesso più favorevoli.

4. Lo sviluppo unidimensionale del welfare attivo
Il welfare condizionale è il punto di arrivo di una lunga evoluzione del welfare attivo, per certi versi ne risolve le ambiguità che storicamente lo hanno caratterizzato privilegiando decisamente una direzione. Un welfare attivo nasce da quadri di riferimento di politica sociale molto differenti – liberisti, socialdemocratici, comunitari – e può condurre a delineare prospettive di azione e, soprattutto, responsabilità sociali e impegni di cura per le famiglie e le persone molto differenti. L’attivazione del beneficiario è stata adottata come obiettivo prioritario dai sistemi di welfare europei sin dai primi anni Novanta, sollecitata da varie raccomandazioni e rapporti dell’OCSE, soprattutto in riferimento al mercato del lavoro. I welfare europei adottando questo approccio hanno enfatizzato, di volta in volta, differenti relazioni e sfere di vita: un’attivazione strettamente connessa alla partecipazione al mercato del lavoro; un’attivazione dei cittadini come clienti e consumatori di prestazioni di welfare, attraverso la loro libertà di scelta, la capacità di muoversi autonomamente nei servizi di welfare; oppure il riconoscimento del diritto dei familiari di svolgere una funzione attiva in termini di cure informali e di conciliare esigenze di vita ed esigenze di lavoro.
In questo ultimo decennio, gli orientamenti “attivanti” delle politiche sociali sono sempre più frequentemente esposti a sviluppi applicativi riduttivi, non sono intesi nelle pluralità delle dimensioni e nell’equilibrio delle sfere di vita che possono comprendere. Gli attuali sviluppi rischiano una standardizzazione su politiche di attivazione fondate sul lavoro, che adottano mezzi e tempi che non tutti riescono a condividere; frequentemente sono finalizzate ad attivare le abilità professionali, mentre le altre risorse di cui le persone dispongono in differente misura – affettive, relazionali, valoriali – diventano secondarie, almeno fin quando non interferiscono con la vita lavorativa e restano nell’ambito delle relazioni private.
Molti programmi di welfare, definiti “work first”, hanno come unico obiettivo quello di incoraggiare le persone disoccupate, soprattutto attraverso sanzioni, ad entrare nel mercato del lavoro il più velocemente possibile anche accettando un lavoro non appropriato rispetto alla qualifica posseduta. Spesso, però, le persone che sono quasi pronte ad entrare nel mercato del lavoro e possono essere inseriti in programmi come questi, costituiscono una piccola quota della popolazione disoccupata, mentre una crescente percentuale di essi presenta svantaggi e problematiche multidimensionali e il loro inserimento lavorativo, pertanto, richiede più intensivi programmi sociali di intervento (Dean 2003).

5. Le tre zone della coesione sociale
Il modello di welfare che si sta consolidando in Italia si basa su un’analisi semplificata della società italiana e delle condizioni economiche della famiglie italiane. Si immagina che maggior parte della popolazione possa essere progressivamente esclusa da una parte consistente delle prestazioni pubbliche di welfare in quanto, superati questi anni di crisi, potrà disporre di una parte del suo reddito per assicurarsi prestazioni sociali e sanitarie private di qualità, realmente protettive rispetto ai rischi della non autosufficienza, di una malattia prolungata.
La realtà è molto più articolata: la società italiana non riesce a rendere compatibile le esigenze dello sviluppo con la qualità del lavoro, i livelli retributivi e la qualità delle relazioni umane, a governare le dinamiche, gli squilibri e i nuovi raggruppamenti sociali che continuamente produce.
I risultati dell’indagine annuale Eu-Silc (ISTAT 2017) mostrano che nel 2016 il 30,0% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%. Il 20,6% (in aumento rispetto al 19,9% del 2015) delle per-sone risulta a rischio di povertà. Oltre la metà (53%) dei redditi individuali è compresa tra 10.001 e 30.000 euro lordi annui, circa un quarto (il 24,4%) è al di sotto dei 10.000 euro e il 18,5% è tra 30.001 e 70.000; solo nel 2,8% dei casi si superano i 70.000 euro.
Le tre zone di coesione sociale individuate da Robert Castel (2003) in suo saggio molto noto, possono essere utilizzate per rappresentare i cambiamenti intervenuti in Italia in questi ultimi decenni e i rischi sociali emergenti. Castel individua una “zona di integrazione” caratterizzata da contratti di lavoro a tempo pieno, possibilità di partecipazione alla vita sociale e benefici di welfare adeguati, una “zona di vulnerabilità”, la zona della precarietà, del lavoro temporaneo, dei lavori mal retribuiti, di insufficienti risorse di welfare e fragilità delle relazioni primarie. Secondo Castel, la zona di integrazione si sta riducendo, la zona di vulnerabilità e precarietà si sta espandendo e alimenta continuamente una terza zona, la “zona della disaffiliazione” o dell’esclusione (esclusi dal mercato del lavoro e spesso perdita di buona parte delle tutele sociali).
In Italia, fino alla prima metà degli anni Novanta, la zona dell’integrazione era molto estesa, comprendeva le persone con redditi elevati, le classi medie e buona parte della classe operaia. Se ci riferiamo agli studi più accreditati sulla stratificazione sociale, possiamo stimare che un 70 per cento della popolazione condivideva questa condizione di integrazione (Sylos Labini 1975). La stabilità lavorativa e le retribuzioni medie consentivano di soddisfare le tradizionali aspettative di queste famiglie: la proprietà della casa, l’accesso agevole alle cure sanitarie, l’istruzione per i componenti più giovani, opportunità di mobilità sociale, la sicurezza di una pensione adeguata, la possibilità di vacanze anche brevi. Le disuguaglianze nei redditi e nelle ricchezze ricominciava a risalire, ma ancora comunque non determinava una frammentazione elevata del tessuto sociale. Le prestazioni di welfare erano sostanzialmente stabili o crescenti. La seconda zona, quella della vulnerabilità si presentava sostanzialmente circoscritta (stimabile nel 20 per cento della popolazione) e riguardava i lavoratori con limitate tutele contrattuali, precarietà, condizioni di lavoro e retribuzioni molto inferiori da quelle condivise dai lavoratori protetti. Anche la zona dell’esclusione riguardava gruppi sociali ben individuabili (il restante 10 per cento), che vivevano condizioni di povertà per lungo tempo, esclusi dal mercato del lavoro, ma con qualche possibilità di rientro in lavori a bassa retribuzione e scarsamente qualificati.
In anni più recenti, e soprattutto dopo la crisi economica e finanziaria, la situazione è cambiata radicalmente, incidendo profondamente nella solidità delle tre sfere di vita (famiglia, lavoro, welfare) nelle quali si costruisce l’integrazione sociale. La zona dell’integrazione è diventata molto ridotta (può essere stimata nel 30 per cento della popolazione) e comprende le persone con redditi alti e una parte limitata della classe media (ISTAT 2017a; ISTAT 2017b; Siza 2017). In questa zona, la precarietà delle relazioni primarie non è vissuta mediamente come rischio incombente, talvolta è una scelta, i suoi effetti, nella maggioranza dei casi, rimangono nell’ambito della sfera affettiva. La zona della vulnerabilità è diventata, invece, molto estesa (attorno al 50 per cento della popolazione) comprende una parte rilevante delle classe media e quasi tutta la classe operaia. Processi di dualizzazione e la riduzione delle prestazioni di welfare hanno indebolito fortemente la capacità operativa del welfare. Questa parte della popolazione utilizza crescentemente prestazioni private nell’ambito della sanità, dell’istruzione: in molte regioni una applicazione dell’ISEE rigorosa ha escluso una parte significativa di queste famiglie dall’accesso agevolato a molti servizi comunali (asili nido, sostegno domiciliare, servizi residenziali). Precarietà e rottura delle relazioni diventano un rischio che coinvolge profondamente il vissuto delle persone, il reddito, l’abitazione e tutte le sfere di vita.
Infine la zona della esclusione e della povertà (il restante 20 per cento) composta dai gruppi sociali stabilmente esclusi dal mercato del lavoro, con possibilità di rientro molto basse, che hanno subito in questi anni una riduzione significativa di tutte le prestazioni welfare. Accanto alle povertà persistenti si consolida la presenza di famiglie e persone che vivono condizioni di povertà transitorie – di breve durata, occasionale oppure oscillante – con oscillazioni di reddito frequenti fra povertà e severe ristrettezze finanziarie, che vivono una fragilità delle condizioni di vita per il diffondersi di instabilità nel mercato del lavoro e nelle relazioni familiari, di isolamento dalle rete informali di aiuto. Persone che vivono situazioni particolarmente fluide, dai contorni non ben definiti, in cui tutti i soggetti sono consapevoli che le cose possono mutare, in un senso o in un altro, non sono stabilmente acquisite o stabilmente perse.
Le società italiana non ci appare a questo punto caratterizzata soltanto da una elevata povertà e disuguaglianza, polarizzata tra poveri e ricchi, ma anche una società caratterizzata dalla presenza di molte posizioni intermedie fortemente impoverite, con condizioni di vita instabili, che non costituiscono più un tessuto connettivo di relazioni e di valori su cui poggia il vivere sociale e il legame tra differenti gruppi sociali (come storicamente sono state la classe operaia e le classi medie). A queste esigenze il welfare risponde molto parzialmente, sebbene queste condizioni di vita costituiscano una delle criticità più rilevanti per la coesione sociale.

6. Conclusioni
Il benessere delle persone e la promozione delle responsabilità collettive non dipende soltanto dalle combinazioni fra stato e mercato, tra pubblico e privato, coinvolge i cittadini, la capacità di mobilitare le risorse di cura di cui dispongono. Relazioni informali, lavoro, welfare sono le tre sfere di vita nelle quali si costruisce l’integrazione sociale. Le politiche sociali non sono riducibili alle politiche del lavoro e il termine attivazione non significa soltanto formazione e inserimento nel mercato del lavoro. Il welfare to work può diventare l’accettazione obbligatoria di qualsiasi lavoro, pena l’interruzione di ogni forma di sostegno economico, un avvio forzoso a lavori scadenti, e la contestuale riduzione di tutte le altre spese di welfare. Oppure una politica sociale di accompagnamento e di responsabilizzazione che tenga conto delle differenze, l’avvio di un percorso di recupero alla vita sociale e lavorativa, che sostiene la persona e la sua famiglia nella pluralità delle sue esigenze. In questa seconda prospettiva, alle persone povere può essere richiesto di essere più responsabili, ma questo può essere l’obiettivo dell’intervento, nella prima prospettiva, invece, è il requisito per un primo accesso ai programmi di welfare.
L’esigenza è quella di contrastare la povertà e l’impoverimento con azioni realmente attivanti le capacità delle persone, con progetti di inserimento personalizzati, promuovere relazioni collaborative fra i cittadini, riaffermare interventi più ampi che riguardano i valori e le regole della convivenza. Per la maggioranza delle famiglie italiana si pone l’esigenza di difendere il principio universalistico che regola i più significativi settori del welfare italiano nella consapevolezza che un ulteriore indebolimento del welfare pubblico aggraverebbe le condizioni di vita della maggioranza delle famiglie italiane: sono famiglie che rischiano di non poter disporre di sufficienti servizi pubblici, che avranno scarse possibilità di accesso ad un welfare integrativo, non hanno lavoro o hanno inserimenti in aziende di piccole dimensioni che non assicurano ai loro dipendenti prestazioni di welfare, hanno condizioni lavorative difficilmente conciliabili con la vita familiare anche in presenza di un programma di sostegno.
Un welfare civile consistente e consapevole delle sue ragioni, può proporre e sostenere un’altra rappresentazione delle esigenze delle persone, può mettere in discussione la logica delle attuali combinazioni tra pubblico e privato, operando concretamente e proponendo in molto ambiti di welfare modalità di intervento che coinvolgono relazioni umane e le risorse di cura che esprimono. La crisi finanziaria ed economica che stiamo vivendo ha creato un disorientamento profondo, ma nel medio e nel lungo periodo potrebbe consentire il consolidamento di nuove relazioni collaborative e rappresentare nuove opportunità di crescita sociale e un nuovo modo di vedere il mondo.
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Riferimenti bibliografici

Castel, R. (2007) La metamorfosi della questione sociale, Avellino: Sellino Editore.
Dean, H. (2003) Reconceptualising welfare to work for people with multiple problems and needs, Journal of Social Policy, n. 32, pp. 441-59.
Istat (2017a) Rapporto annuale 2017, Roma.
Istat (2017b) Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie nel 2016, Roma.
R. Siza e C. Deeming (a cura di) Il Declino della classe media: i limiti delle politiche sociali, numero speciale di Sociologia e politiche sociali, n. 2.
Sylos Labini, P. (1975) Saggio sulle classi sociali, Bari: Laterza.

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3 Nov 2017

Approfondendo… Reddito di Cittadinanza e dintorni

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reddito-di-cittadinanza-universale-e-incondizionato-philippe-van-parijsPhilippe Van Parijs sostiene da molti anni la necessità dell’introduzione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, erogato a ogni membro di una comunità politica su base individuale, indipendentemente dalla situazione economica e senza nessun requisito lavorativo. La proposta suscita oggi un interesse senza precedenti. Viene invocato da molti poiché fornirebbe a ogni persona una sicurezza sociale di base.
Lectio di Philippe Van Parijs (maggio 2016). Interviene Roberta Carlini.
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bin_italia_logo_20158 BIN Italia.
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11 Ago 2017

Pausa

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19 Mag 2017

Come contrastare la crescente povertà? Il quadro inedito. Ragioniamoci, aiutati dal sociologo Remo Siza.

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Volti quadro-di-Anna-CNei margini estremi della società italiana
di Remo Siza*

Ci sono tendenze nella società italiana che stanno cambiando profondamente la soggettività delle persone, le loro attese e i loro progetti per il futuro, le relazioni fra una classe sociale e un’altra. Non mi riferisco soltanto alla crescita della povertà o alla crescente concentrazione dei redditi e delle ricchezze in pochi gruppi sociali e a livelli di disuguaglianza superiori alla media europea e inferiori solo a paesi come il Portogallo, la Grecia, la Spagna. Ciò che sta emergendo è un fenomeno nuovo che riguarda la struttura delle economie avanzate nel loro complesso e delle società che intendono governarle, e i modi nei quali esse funzionano e si riproducono, le modalità che intendono privilegiare per uscire dalla crisi (Siza 2017). L’incremento quantitativo dei livelli di disuguaglianza e di povertà è stato rilevante e ha cambiato la natura di fondo di queste condizioni: gli effetti sociali sono diventati molto più estesi, si sono stabilizzati e hanno assunto un carattere strutturale, sistemico, difficilmente modificabile nel breve e nel medio termine.
Quella che emerge è sicuramente una società diseguale e con un’alta incidenza di povertà, ma anche una società che consente o costruisce attivamente ai suoi margini estremi, spazi di vita e di socialità separati, quantitativamente molto rilevanti non più minoritari, fratture sociali profonde. Nel fondo della scala sociale, per le masse di poveri e indigenti, l’aggravamento ulteriore delle loro condizioni di povertà e la loro crescita quantitativa ha creato una nuova condizione, ha significato per gruppi sociali estesi l’espulsione dallo spazio vitale, dall’accesso ai mezzi di sussistenza, dal contratto sociale (Sassen 2014). Le povertà più severe escono completamente dal sistema, da quello del lavoro, della scuola, del welfare di qualità, diventano meno visibili.
Quando negli anni passati si parlava di gruppi sociali al di fuori del sistema ci si riferiva a questi strati sociali, ora l’articolazione delle posizioni sociali è più complessa. Ai vertici della scala sociale emergono altre fratture sociali. Per chi ha raggiunto le posizioni più alte dopo aver accumulato tutte le risorse economiche possibili, l’ulteriore crescita della disuguaglianza e della distanza sociale dalla gente comune significa liberazione dalle responsabilità (Sassen 2014), liberazione dai legami di appartenenza alla società, dalle sue regole, dalle sue norme, fuori dalla socialità della maggioranza delle persone e dai criteri e dalle regole che distinguono i comportamenti leciti e accettabili dai comportamenti riprovevoli.
Per una parte consistente delle persone che stanno in mezzo, fra queste due posizioni estreme, cresce la fragilità di una condizione di vita per il diffondersi di instabilità nel mercato del lavoro e nelle relazioni familiari, e il senso di una integrazione precaria: in una società che garantisce sempre meno sicurezze di base e meno opportunità di costruirle autonomamente con il proprio impegno, in una società divisa, ogni scelta di vita sembra presentare crescenti rischi sociali. L’universo culturale prevalente per questi gruppi sociali, il riferimento per le scelte di vita e di lavoro, rimangono i modi di vita e i comportamenti di consumo, le aspettative della popolazione che vive condizioni di benessere, ma cresce la distanza tra i valori e i propri progetti di vita privilegiati e le risorse di cui si dispone quotidianamente per realizzarli.
Una società che costruisce troppi spazi sociali ai suoi margini estremi e tante fragilità nelle condizioni di vita delle classi intermedie rischia di creare una insofferenza sociale molto elevata, una insofferenza sociale estesa che rischia di travolgere ogni relazione di vita e ogni progetto collettivo. Una insofferenza che una parte non secondaria della classe dirigente non si preoccupa più di governare e di mediare. Si sono indeboliti tutti i soggetti che per vari decenni hanno svolto una funzione integrativa, di mediazione e di riequilibrio – la classe dirigente al governo, la classe operaia e le sue organizzazioni, la moderata e prudente classe media, la chiesa, l’associazionismo della società civile – e l’attuale classe dirigente economica e politica ha condizioni di vita, stili di vita, scelte di consumo e valori molto differenti da quelle condivisi dalla gente comune. Allo stesso tempo stentano ad affermarsi come fenomeno non minoritario nuove forme di socialità e di appartenenza capaci di costruire fiducia sociale diffusa, speranze, visioni di un mondo differente.
Più in generale, la crisi ha indebolito le forme di integrazione sociale assicurate dalla crescita del benessere economico e dalla crescita del consumo di massa. Allo stesso tempo, con difficoltà si affermano altre forme di integrazione: forme collettive che valorizzano ai fini di una maggiore coesione sociale le relazioni che alimentano comportamenti di fiducia e di cooperazione e consenso sui valori comuni, i sistemi di partecipazione politica sinceramente democratici. La costruzione di una coesione sociale e di un tessuto di relazioni di fiducia non è più affidato ad un progetto e non è parte di una visione dello sviluppo. È lasciata alle dinamiche del mercato oppure, sull’altro versante, alla decisione autonoma di gruppi che costruiscono forme innovative di socialità, di associazioni che costruiscono legami e valori differenti. La mancanza di fiducia nelle istituzioni crea passività, distacco, astensionismo oppure populismo inteso come stigmatizzazione compulsiva e permanente delle autorità governanti, fino a raffigurarle come potenza nemica, radicalmente estranea alla società (Rosanvallon 2012).
I conflitti sociali si sviluppano tra chi è dentro i margini del sistema e chi vive e si sente, per un motivo o per un altro – per ricchezza o per povertà o per fragilità delle condizioni di vita – fuori dalle opportunità e dalle risorse che il sistema stesso offre nella normalità del suo funzionamento (le scuole pubbliche, la sanità pubblica, i luoghi di relazione della maggioranza delle persone). I conflitti si sviluppano fra coloro che difendono la normalità del funzionamento delle istituzioni e del mondo dei servizi e coloro che non hanno più interesse a preservarli: questi ultimi sono più poveri perché le attuali istituzioni e i servizi non hanno mai risposto alle loro esigenze e i più ricchi perché hanno oramai costruito con le proprie risorse l’accesso a servizi migliori (scuole e università private, fondi sanitari, quartieri esclusivi), ma anche una parte delle classi medie che vorrebbero cambiarli radicalmente per renderli realmente accessibili e più vicine alle loro nuove condizioni di vita.
Fuori dal sistema vive una parte significativa dell’alto e del basso della scala sociale. In uno spazio sociale intermedio, quello più esteso, si costruiscono condizioni di vita sostanzialmente fragili di una buona parte delle classi medie e delle classi operaie che hanno perso molte delle loro sicurezze, vivono condizioni economiche insoddisfacenti. Fra le classi medie e i cosiddetti ceti popolari si costruisce un individualismo privo di stabili appartenenze, l’individualismo di chi sta in mezzo e teme una deriva sociale, teme di essere fuori definitamente dal mondo del lavoro, dalla rete di socialità e di sostegno, subire la sottrazione di diritti e di beni; emergono orientamenti valoriali che rischiano di indebolire ulteriormente i valori civici e ogni atteggiamento di fiducia negli altri. Nel passato questo individualismo privo di stabili appartenenze riguardava l’esercito degli esclusi che abitavano le periferie urbane, a cui nessuno affidava un percorso di inclusione, perché ritenute persone non affidabili né come lavoratori né come consumatori. Ora coinvolge un insieme molto esteso di persone, quelle che temono di essere coinvolti in una deriva sociale e non si preoccupano più, nelle relazioni con le istituzioni e il mondo civile, di creare distinzioni simboliche (negli stili di vita, nei consumi, nel linguaggio, nelle preferenze, nell’educazione) con i gruppi sociali che vivono nei margini bassi e nei margini alti del sistema. La cultura delle classi medie – la moderazione, gli stili di vita prudenti, la costruzione nel tempo di una sicurezza economica – è quasi scomparsa e i ceti popolari sono un’altra cosa rispetto alla classe operaia del passato e alla sua cultura e alla qualità collettiva delle relazioni di lavoro che la esprimeva.
Questi cambiamenti nelle condizioni di vita e negli orientamenti valoriali creano problemi di governabilità molto estesi. Nei suoi studi iniziali Lipset definiva il radicalismo politico come un estremismo di centro, un movimento popolare che esprime la protesta estrema delle classi medie contro le istituzioni, i sindacati, i partiti politici. Più recentemente altri autori – Betz, Inglehart, Welzel (2005) – hanno rilevato una significativa correlazione fra l’insicurezza e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi medie e operaie a causa della modernizzazione e la crescita di un “estremismo di centro”, una radicale diminuzione della fiducia nelle istituzioni e un degrado del senso civico.
Ora non c’è più traccia di una strategia di inclusione sociale di strati sociali di classe media impoveriti, una strategia a tutele dei salari minimi, una strategia che sia finalizzata intenzionalmente a contrastare ogni individualismo privo di regole e di appartenenze e la crescita dell’insofferenza sociale.

* Remo Siza, sociologo, svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in Italia e nel Regno Unito.
remo.siza@gmail.com

Riferimenti
Betz, H.G. (1994) Radical right-wing Populism in Western Europe, New York: St Martin’s Press.
Inglehart,R. e Welzel, C. (2005) Modernization, Cultural Change, and Democracy: The Human Development Sequence, Cambridge: Cambridge University Press.
Rosanvallon, P. (2012) Controdemocrazia. La politica nell’era della sfiducia, Roma: Castelvecchi.
Sassen, S. (2014) Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Bologna: il Mulino 2014.
Siza, R. Narrowing the gap: the middle classes and the modernization of welfare in Italy, International Journal of Sociology and Social Policy (forthcoming).
Siza, R. (2009) Povertà provvisorie, Milano: FrancoAngeli.
Siza, R. (2017) Una crescente insofferenza sociale, in Prospettive sociali e sanitarie, nr. 1, p. 1-8.

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Aladinews: Come contrastare la crescente povertà? Il quadro inedito. Ragioniamoci, aiutati da Remo Siza su http://www.aladinpensiero.it

27 Mar 2017

Iniziativa per ricordare Giuseppe Toniolo

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Martedì 4 aprile 2017: Giuseppe Toniolo: http://www.aladinpensiero.it/?p=66532

23 Mar 2017

Maurizio Sacripanti, architetto, a Cagliari

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10 Gen 2017

L’ultima volta che ho incontrato Zygmunt Bauman

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Zygmunt-Ca-3-giu16-ft-2-225x30010 gennaio 2017 – Tonio Dell’Olio su Mosaico di Pace
L’ultima volta che ho incontrato Zygmunt Bauman è stata ad Assisi nel settembre scorso in occasione dell’incontro mondiale delle religioni per la pace a trent’anni dalla storica iniziativa di Giovanni Paolo II. Di seguito riporto la conclusione del suo interessantissimo intervento.
- segue - Continua con la lettura »

22 Dic 2016

Auguri

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7 Dic 2016

Aladinews. Editoriale di martedì 6 dicembre 2016 – Referendum The day after. È andato alle urne un Paese la cui maggioranza elettorale è incazzata come non mai. Il messaggio chiaro è stato: non continuate a scassare le istituzioni, a perdere tempo e a farcene perdere accanendovi su feticci per la vostra incapacità o indisponibilità a riformare quello che quotidianamente non funziona perché l’avete occupato voi fino all’ultimo posto. O cambiate o siete spacciati

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Aladinews. Editoriale di martedì 6 dicembre 2016. The day after
Di Tonino Dessì
Dirò fin dall’apertura della giornata alcune cose sgradite, delle quali mi libero adesso, perché tanto prima o poi l’avrei fatto ugualmente.
Ieri i talk show hanno ricominciato a popolarsi di politicanti con le loro analisi tutte volte a spiegare come si può o meno rabberciare la situazione politica, fare una legge elettorale “che coniughi rappresentanza e governabilità”, rassicurare l’Europa e i mercati e via dicendo.
Qualche dissennato riparla del PD, anzi di Renzi, del 40 per cento “da cui ripartire”.
Mattarella “congela” Renzi fino all’approvazione della legge di stabilità, come se fosse, questa, un atto di ordinaria amministrazione e non un insieme di disposizioni e di decisioni di contenuto economico-finanziario che incidono su individui, famiglie e corpi sociali. Vorrò proprio vedere il rinnovo dei contratti pubblici, le misure sulle pensioni, le misure fiscali, il fondo sanitario, la scuola, i vari ottantacinque euro e le altre regalie promesse, il rilancio dell’occupazione, i vaucher: insomma, che “qualità” avranno le decisioni economico-finanziarie di fine anno.
E successivamente sarà la volta della legge elettorale, dopo le decisioni della Corte costituzionale: sarà proposto un altro marchingegno partitocratico a tutela della vera casta?
Ieri poi ho letto la miseranda dichiarazione di Pigliaru che si rifugia a Bolzano (austroitaliani intelligenti, sardi coglionazzi), facendo finta che il NO non abbia preso la batosta catastrofica che ha preso in tutte le Regioni speciali. “Il risultato evidenzia la necessità di decisioni e provvedimenti che la Giunta prenderà al più presto”. Roba da matti.
Intanto c’è ancora una parte di benpensanti del SI e del NO che giustificano o qualificano il proprio voto sul parametro “pro o contro Grillo”, manco stessero parlando di una malattia dermatologica.
Credo che non si sia capito molto, ancora, di quello che é successo domenica.
È andato alle urne un Paese la cui maggioranza elettorale è incazzata come non mai. Il messaggio chiaro è stato: non continuate a scassare le istituzioni, a perdere tempo e a farcene perdere accanendovi su feticci per la vostra incapacità o indisponibilità a riformare quello che quotidianamente non funziona perché l’avete occupato voi fino all’ultimo posto. O cambiate o siete spacciati.
Bene: continuate a illudervi che possa continuare il tran tran, la melassa, l’indistinto chiacchiericcio.
Io consiglio anche agli analisti di verificare, nei flussi elettorali, quale può esser stata l’influenza dei “riservisti”. Cioè di quegli astensionisti da anni cronicizzati i quali stavolta hanno deciso che era loro diritto e dovere intervenire.
Tempo fa, un velenoso Scalfari apostrofò il pentastellato Di Battista dicendogli: “Voi siete il partito che prende i voti degli astensionisti”.
Intendeva degli astensionisti politici, che però avevano votato.
Ora, immaginatevi, se riprende la solita solfa paludosa, che potrebbe succedere se altri “astensionisti” incazzati decidessero di votare alle elezioni politiche, per un partito che, piaccia o meno, ha sostenuto la difesa della Costituzione riqualificando la propria identità e la propria base politico-culturale senza poter esser più confuso pretestuosamente con i vostri rassicuranti babau preferiti, Brunetta e Salvini. Ci sarà un’occasione prossima, forse imminente, in cui il voto, al PD, a Brunetta, a Salvini, al M5S sarà ben distinto e distinguibile, dentro un quadro costituzionale democratico saldissimo e ormai fuori pericolo.
Ecco: io mi attenderei magari, da questo momento in poi, di leggere meno banalità e più riflessioni di una qualche maggior consapevolezza.
Buona giornata.
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Un diluvio: 18 milioni di NO
di Ottavio Olita su il manifesto sardo.

“Credevo che piovesse, non che diluviasse”: è un proverbio umbro entrato nel linguaggio dalla politica italiana – per sconfitte o vittorie, a seconda dei casi – fin dal 1948 grazie all’importante esponente democristiano Attilio Piccioni.

Il diluvio che ha spazzato via la cosiddetta ‘riforma costituzionale’ è rappresentato da questi numeri: 18 milioni di NO, contro 12 milioni di SI’, vale a dire il 50 per cento in più: il 60% contro il 40%; in Sardegna addirittura il 72,2%; a Cagliari un dato intorno al 74%, così come ad Oristano. E queste incontrovertibili percentuali fanno riferimento ad una massiccia partecipazione popolare al voto, per di più per un referendum per il quale non era previsto un quorum: il 68,4% degli aventi diritto.

E’ proprio questo il dato su cui riflettere maggiormente. Gli italiani delle massicce astensioni, della stanchezza, delle delusioni, dell’incertezza sul futuro hanno invece voluto affermare con forza la loro fiducia nella democrazia e nella Carta Costituzionale che la garantisce. Sono stati soprattutto i giovani a fare questa scelta: circa l’80% dei ragazzi al di sotto dei 28 anni ha votato NO, tanti dei quali hanno urlato nei cortei e nelle piazze ‘Non in mio nome’.

Chi avrà ancora il coraggio di dire che è la vittoria della ‘conservazione’ contro il ‘cambiamento’?

La battaglia del Comitato per il NO costituito da ANPI, ARCI, CGIL ed altre associazioni di base è stata condotta contro il tentativo di rottamare la Carta fondamentale della Repubblica Democratica e Parlamentare per dare il potere in mano al governo e al suo capo.

Gli italiani hanno capito che si trattava di bocciare l’idea, periodicamente rispolverata, di affidarsi all’Uomo della Provvidenza, all’Uomo Solo al Comando, alla limitazione dei propri diritti, per privilegiare una fantomatica ‘stabilità’ la cui assenza è stata scaricata dal Presidente del Consiglio, dalla sua Ministra delle Riforme e da talune forze politiche sulla Costituzione, invece di assumersene la responsabilità.

Certo, ora assisteremo alla corsa di alcuni Partiti ad appropriarsi della vittoria che invece appartiene esclusivamente al popolo italiano. I lembi della giacca di Mattarella saranno tirati da una parte e dall’altra, ma di chi è la colpa di tutto questo? Solo ed esclusivamente di Renzi e della personalizzazione di un tema che invece riguardava la democrazia italiana, non il suo personale futuro politico. La coorte di lacché che lo ha sostenuto ha fatto il resto, così come è insopportabile l’atteggiamento di quanti, di fronte ad un documento così pericoloso per le sorti della democrazia parlamentare, hanno preferito non prendere posizione, aspettando, magari, di salire oggi sul carro dei nuovi vincitori.

Tutti questi, se non vogliono definitivamente uscire di scena, che la smettano di parlare di ‘ondata populista’. Se il ‘popolo è sovrano’ lo è sempre, anche quando prende direzioni proprie, diverse da quelle sognate dall’establishment di turno.

In questo scenario si staglia nettamente la Sardegna: è stata la regione d’Italia nella quale, percentualmente, si è avuta la più alta adesione al NO.

Ben il 72,2% ha scelto una strada diversa da quella indicata dai governanti regionali. Governanti che hanno preferito guardare al loro partito politico, piuttosto che agli interessi dei sardi. Come si poteva accettare lo stravolgimento dell’articolo 117? Come si poteva far finta di nulla di fronte alla nefasta clausola della ‘Supremazia?’ Come si potevano giudicare credibili le assicurazioni dell’eternamente sorridente Maria Elena Boschi, contraddette da quello che c’era scritto nel testo da lei stessa proposto? (E a Cagliari il NO si è attestato sul 69,71%)

Tutti scenari negativi, dunque? No, tutt’altro. I lunghissimi mesi della campagna referendaria combattuta dal Presidente del Consiglio, dal Governo e dalla sua maggioranza a suon di slogans e con una insopportabile sovraesposizione mediatica – senza che mai siano intervenute le cosiddette autorità di garanzia – hanno consentito ai comitati per il NO sparsi in tutta Italia di ritrovare i cittadini.

Centinaia e centinaia di incontri, confronti, dibattiti hanno riproposto una partecipazione alla vita collettiva che negli ultimi trent’anni è stata progressivamente cancellata dalle forze politiche le quali hanno preferito i salotti – televisivi o alto borghesi -, i ‘vertici’ con i padroni del vapore, i Marchionne piuttosto che i Landini, le Camusso, i dirigenti sindacali regionali.

Questa grande, spontanea e umanissima mobilitazione non va dispersa. I Comitati – che dovranno inventarsi un nuovo nome – devono riuscire a dare continuità a questa voglia di discussione e di passione politica che si è risvegliata nel Paese. Anche per evitare che a qualcun altro venga ancora una volta l’idea di individuare un qualche Uomo della Provvidenza.

Figura alla quale qualche settimana fa, scrivendo del clima che si respirava nella battaglia referendaria, avevo voluto dare un avvertimento, citando un autore toscano, Andrea Casotti, che in una sua opera del 1734, ‘La Celidonia’, scrisse: Chi troppo in alto sal/Cade sovente precipitevolissimevolmente.
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Domenica si è espressa una grande sfiducia in chi ha voluto mettere mani alla Carta e in chi in Sardegna se ne è fatto testimone e araldo della rinuncia all’Autonomia. Per chi ha a cuore il nostro riscatto di sardi, il nostro bisogno storico di autogoverno, è un dato da cui partire. Va costruito, i segni sono forti. Bisogna coglierli.
serieta-signoriGli italiani e i sardi non amano le avventure istituzionali
di Nicolò Migheli

By sardegnasoprattutto/ Società & Politica/

Troppe interpretazioni sulle motivazioni del rifiuto delle riforme istituzionali finiscono per essere un velo che nasconde la motivazione principe di quel no. Renzi ha giocato tutto per il tutto e ha perso. Su di lui si sono scaricate tensioni che nulla avevano a che fare con i referendum. Presidente del Consiglio non eletto in parlamento, ha cercato l’ordalia che lo legittimasse davanti all’elettorato, l’ha avuta.

Succede quando si personalizza. Si è andati oltre le predicazioni salviniane e dell’M5S, oltre la frustrazione e il rancore di chi è vittima dell’impoverimento, dei giovani che sbarcano il lunario tra un voucher e l’altro, del malessere che si è impadronito di una società che non riesce più a sperare. Tutta questa cacofonia di messaggi, ha nascosto la verità. Gli italiani non vogliono che la loro Carta Fondamentale venga stravolta. Nel 2006, regnante Berlusconi era avvenuto lo stesso e con dati quasi identici. 20016: Sì 40,9%, No 59,1% – 2006 Sì 38,71% No 61,29%.

Anche allora quel referendum venne caricato di significati altri, anche allora si voleva che Silvio Berlusconi andasse via, ma l’ex cav. non si dimise. Renzi paradossalmente dovrebbe essere contento, è riuscito a fare meglio del suo mentore ed ha tenuto i voti che il PD ebbe alle ultime europee. La conferma del dato dovrebbe diventare lezione appresa. Non si può cambiare la costituzione in modo così profondo, si possono fare aggiustamenti come è avvenuto più volte negli ultimi sessant’otto anni, non si può procedere come elefanti in un negozio di chincaglierie.

Questo è alla fin fine il messaggio. È sperabile che in futuro passi questo desiderio insano delle classi dirigenti di mettere mano ad una Costituzione che nel bene e nel male ha assicurato al Paese decenni di stabilità. Sì stabilità, perché questo valore a cui sono sensibili i mercati è dato dalle istituzioni e non certo dai governi.

Nella Prima Repubblica, gli esecutivi duravano in media pochi mesi, ma l’Italia era uno dei paesi più stabili dell’Occidente, perché saldi erano i suoi ordinamenti. Ora chi in Italia e all’estero affastella il voto del NO in un indistinto populismo non vuole rendersi conto, o lo fa in maniera deliberata, che la ragione prima è stata la difesa della Carta. È responsabilità delle classi dirigenti avere trasformato una crisi della politica in crisi istituzionale.

Sono loro i populisti che facendosi forti di post-verità rilanciate da tutti i mezzi di informazione e dalle reti sociali, hanno tentato di scaricare sull’elettorato la loro contraddizione. Sono loro che si sono inventati la categoria del nemico da rottamare, non volevano con-vincere ma vincere, ed hanno perso. L’altro versante di interesse per noi, è come il referendum sia stato vissuto in Sardegna, che risulta la regione dove il rifiuto delle modifiche costituzionali ha raggiunto i valori più alti, questa volta maggiori anche del 2006. 2016, Sì 27,7%, No 72,3% – 2006 Sì 38,71%, No 61,69. Eppure la critica all’istituto regionale e alla sua autonomia in questi anni ha raggiunto quasi il parossismo.

Basti pensare alle campagne di stampa dove giornalisti di chiara fama hanno accusato le regioni di essere luoghi con la spesa senza controllo. Il disastro della regione siciliana usato come indicatore di un fallimento generale. Nonostante questo, e le critiche legittime che in Sardegna si fanno, alla fine la stragrande maggioranza dei sardi ha votato perché quell’istituto, benché incompleto e deficitario permanesse. Non è servito a nulla il racconto del Presidente Pigliaru e della ministra Boschi.

Nessuno ha creduto che il Titolo V rimanesse, o che l’autonomia venisse rafforzata. Anche nel voto sardo hanno pesato il malessere e le disattenzioni governative, la lontananza di questa giunta dai bisogni dei sardi, ma a mio avviso oggi come nel 2006 la difesa dell’autonomia è stato il collante unitario. La clausola di supremazia dell’interesse nazionale era presente nella riforma berlusconiana come in quella di Renzi, e in entrambi i casi rifiutata.

Oggi, rispetto al 2006 la Sardegna ha un problema in più, è governata da un presidente che ha agito e si è mosso per negare il suo ruolo e per impedirlo ai suoi successori. Posizione che non ebbero i presidenti delle provincie quando si fecero i referendum per la loro abolizione; loro lottarono fino all’ultimo per difendere l’ente che rappresentavano pro tempore. Tutto questo è populismo? Oppure è una sana difesa degli istituti democratici? È evidente che si tratta di democrazia, la migliore. Nessuno abbandona una casa imperfetta se non ha di meglio con cui sostituirla.

Meglio un’Autonomia imperfetta alla Nova Perfetta Fusione. La Sardegna oggi è governata da una giunta che non è riuscita a cogliere il sentire intimo di chi dovrebbe rappresentare e dovrebbe agire di conseguenza: dimettersi. Però non lo farà. I referendum sono cosa diversa dalle elezioni politiche o amministrative, quel 72,3% del No in Sardegna non è possibile intestarlo ad una forza politica, molti sono gli autori di quel successo.

Domenica si è espressa una grande sfiducia in chi ha voluto mettere mani alla Carta e in chi in Sardegna se ne è fatto testimone e araldo della rinuncia all’Autonomia. Per chi ha a cuore il nostro riscatto di sardi, il nostro bisogno storico di autogoverno, è un dato da cui partire. Va costruito, i segni sono forti. Bisogna coglierli.
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BUONA VOLONTà 10 DIC 16
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Gustavo

25 Nov 2016

Aladinews. Editoriale del 23 novembre 2016 di Raffaele Deidda. La riforma costituzionale e la politica del caviale.

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lampadadialadmicromicro133Con l’articolo che segue Raffaele Deidda inizia la collaborazione con la nostra news. In passato abbiamo ospitato in diverse occasioni interventi di Raffaele, spesso condividendoli con la news di SardegnaSoprattutto (o, più semplicemente, catturandoli) per la quale fino a poco tempo fa scriveva regolarmente. Secondo il nostro modo di operare e, in particolare, di relazionarci con le altre entità della comunicazione online, non abbiamo alcuna pretesa di esclusività e pertanto ben volentieri condividiamo le riflessioni di Raffaele con altre testate a noi vicine per ispirazione e ambito democratici, come in questo caso facciamo con il manifesto sardo, anche nell’intento di estendere la platea complessiva dei lettori rispetto al bacino di ciascuna testata.
Caviar
La riforma costituzionale e la politica del caviale
Raffaele Deidda 2di Raffaele Deidda.

La serata televisiva di lunedì 21 novembre, per chi abbia avuto l’opportunità di immergervisi, è stata di grande interesse. Passando dalla trasmissione Otto e Mezzo su La 7 a Report su Rai 3.
C’era Pierferdinando Casini ospite di Lilli Gruber o Otto e Mezzo. Fra le altre cose ha sostenuto che con la vittoria del SI al Referendum verrebbe superata la “dissennata” riforma del Titolo V della Costituzione e non si verificherebbero contenziosi come quello fra lo Stato e la Regione Puglia in relazione al gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline), che dovrebbe portare il gas naturale proveniente dall’Azerbaijan in Italia e in Europa, il cui progetto sarebbe inibito dai localismi pugliesi ostili all’espianto di “alcune centinaia di ulivi”. Nell’interesse nazionale, ha ribadito con forza Casini, l’ultima parola sulle grandi opere ce l’ha lo Stato.
In realtà, come ha recentemente osservato l’agenzia di stampa Reuters Italia, per costruire il gasdotto che raggiungerà il terminale di ricezione nel comune di Melendugno dovranno essere espiantati e successivamente reimpiantati 1.900 ulivi. Poi, per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, occorrerà estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne (Brindisi) dove parte la dorsale del gas della Snam, con ulteriore spostamento di altri 8.000 ulivi.
Il dramma della Xilella, il batterio che ha colpito migliaia di ulivi del Salento, è ancora troppo vivo nella memoria e il sindaco di Melendugno ha ricordato come per affrontare la malattia i primi provvedimenti prevedessero l’abbattimento delle piante e come le persone avessero manifestato contro, arrampicandosi sugli alberi e determinando così l’interruzione del piano. “Lo stesso si immagina possa succedere con il gasdotto”, ha rimarcato il sindaco.
Per Casini, leader dell’Udc e politico di lunghissimo corso, attualmente Presidente della Commissione Esteri del Senato, le grandi infrastrutture vanno comunque realizzate riducendo i poteri di veto delle Regioni e tacitando i localismi.
Venendo a Report, Milena Gabanelli ha costruito la puntata sull’inchiesta della Procura di Milano, aperta per corruzione e riciclaggio nei confronti dell’ex deputato dell’Udc (incidentalmente lo stesso partito di Pierferdinando Casini) e presidente del Ppe nel Consiglio d’Europa che, è utile ricordarlo, è la principale organizzazione di difesa dei diritti umani, democrazia e Stato di diritto. In questa veste avrebbe, secondo l’accusa, ricevuto dal governo dell’Azerbaijan una tangente da due milioni e 390mila euro. Per l’accusa Volonté avrebbe intascato la tangente dal lobbista azero Muslum Mammadov, affinché “asservisse la propria funzione pubblica ai loro interessi e a quelli del governo dell’Azerbaijan”. Volonté avrebbe cioè orientato le votazioni del gruppo Popolari-Cristiano Democratici contro il rapporto sui prigionieri politici stilato dal socialdemocratico tedesco Christoph Strasser e fortemente osteggiato dall’Azerbaijan.
A prescindere dalla vicenda che riguarda Volonté, e che sarà compito dei magistrati chiarire, risulta evidente come sia sistematica la cosiddetta “politica del caviale”, ossia la pratica di corruzione messa in atto dal regime azero. Che ha trovato in Italia, e non solo, terreno molto fertile. Nel corso della sessione del Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il presidente spagnolo Pedro Agramunt, noto per le sue posizioni filo azere, per ben due volte ha tolto il microfono alla capo delegazione armena Naira Zhohrabyan che nel suo intervento ricordava l’inchiesta della Procura milanese e le pratiche di corruzione del regime dell’Azerbaijan.
Il presidente azero Aliyev che mette i giornalisti in prigione, che reprime gli oppositori politici, che è in guerra con l’Armenia, coltiva amichevoli rapporti con l’occidente in funzione della ricchezza di idrocarburi e di caviale che detiene. E’ il presidente di un paese con cui l’Italia fa affari da anni e che dovrebbe vendere al nostro Paese il gas in arrivo sulle coste pugliesi con il gasdotto TAP. Sempre che i localismi figli della “dissennata” riforma del Titolo V della Costituzione, non vengano consolidati dalla vittoria del No al Referendum e non vadano a privilegiare l’ambiente rispetto alla strategicità del TAP. “Lei porterebbe sua figlia a costruire i castelli di sabbia sopra un gasdotto che ha una pressione di 145 bar? E che ne sarà della balneazione e della pesca in quel tratto di mare ?” ha domandato il sindaco di Melendugno, comune che ottiene importanti riconoscimenti come la Bandiera Blu o le 5 Vele di Legambiente.
Questo a fronte di un gasdotto che non è ancora chiaro se dovrà trasportare gas azero o russo in quanto, a detta degli esperti, le riserve dell’Azerbaijan non sarebbero tali da garantire per molti anni le esportazioni. Come è inoltre emerso dalla puntata di Report, l’Eni avrebbe dichiarato che in Italia c’è un surplus di gas. E allora a che pro devastare un territorio e utilizzare la protesta dei suoi abitanti come esempio di bieco localismo che inibisce lo sviluppo e la crescita economica? Non si capisce, mentre è chiaro come la vittoria del SI scavalcherebbe ogni forma di concertazione con i territori in tema di ambiente, infrastrutture ed energia, anche attraverso la cosiddetta “clausola di supremazia” del Governo. Rendendo tragicamente possibile l’abbinamento della riforma costituzionale con la politica del caviale.
La Sardegna, in quanto Regione a Statuto Speciale, non correrebbe invece rischi di sorta, viene detto dai sostenitori nostrani del SI. Dovremmo stare “sereni” e fiduciosi che la clausola di supremazia speciale, prevista dalla riforma costituzionale, che prevede che lo Stato possa intervenire “in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” non andrà di fatto a limitare, se non ad eliminare, la clausola di garanzia delle specialità?