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8 Feb 2016

Zona franca urbana e punto franco doganale a Cagliari

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zona-ffanca-e-punto-franco-CCC E’ il tema dell’incontro-dibattito organizzato da Cagliari Città Capitale per mercoledì 10 febbraio, con inizio alle ore 17.30, presso la sala Search del Comune, Largo Carlo Felice 2. All’evento moderato dalla giornalista Alessandra Addari, interverranno Roberto Mirasola di Cagliari Città Capitale, l’ex deputato Pietro Maurandi, Marco Sini, l’economista Gianfranco Sabattini e il direttore di Aladinews Franco Meloni. Dopo il dibattito, concluderà gli interventi Enrico Lobina, candidato Sindaco di Cagliari Città Capitale.
- La pagina fb dell’evento.

31 Gen 2016

Elezioni comunali di Cagliari 2016: prove di costituzione di una coalizione vincente

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stemma cagliariape-innovativa“Gli intellettuali sono quelli che sono convinti di aver fatto le cose solo perchè le hanno pensate o scritte. E di questo sono appagati anche quando delle cose che hanno pensato o scritto nulla si è concretizzato”. Questa frase, forse con diverse parole, ma fedele nella sostanza, me la disse un giorno credo del 1970, Filippo Franceschi, un prete, allora assistente nazionale della gioventù di azione cattolica, poi, diversi anni più tardi, diventato Vescovo di Ferrara e successivamente di Padova. La ricordo sempre per ridimensionare gli entusiasmi rispetto a formulazioni di concetti che a volte sono talmente condivisibili e rappresentati così bene da farci illudere di essere già realtà. La ricordo pertanto come personale premessa nel riportare il documento – totalmente condivisibile e scritto molto bene – che ha costituito la base di un incontro tra tre (per ora tre, ma si punta ad allargamenti) diverse componenti della politica cittadina (Cagliari Città Capitale, La Quinta A e Associazione Sardegna Possibile) che si sono incontrate per cominciare a verificare la possibilità di dar vita a una coalizione elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale e per l’elezione del nuovo Sindaco di Cagliari, nella primavera del corrente anno. Il documento è tanto convincente da potersi ritenere vincente. E, invece… non basta certo. Ecco, come abbiamo già detto in altra circostanza, la strada da percorrere è ancora lunga e non facile; insomma: non bisogna avere illusioni da intellettuale, nella singolare accezione di cui sopra. Tuttavia registriamo e siamo soddisfatti del buon inizio e, come dice il proverbio: chi comincia bene è a metà dell’opera. Quale opera? Quella di conquistare il Comune di Cagliari.

La Quinta A pag fb
IL DOCUMENTO DI BASE DELL’INCONTRO TRA CAGLIARI CITTA’ CAPITALE, LA QUINTA A, ASSOCIAZIONE SARDEGNA POSSIBILE

1. Nell’imminenza delle prossime elezioni comunali, è legittima, opportuna, ed anzi auspicabile qualsiasi iniziativa capace di proporre contenuti di governo, tanto più se ispirata ad istanze di partecipazione diretta dei cittadini ed alla soddisfazione dei loro bisogni.
2. Tale partecipazione può ben esprimersi mediante la presentazione di programmi e di liste di candidati. Un pluralismo di proposte è connaturato ai differenti bisogni, alle differenti sensibilità ed alle differenti ispirazioni ideologiche dei movimenti o partiti che si riconoscono in questa prospettiva.
3. Il sistema elettorale e la dinamica stessa della consultazione penalizzano i movimenti che si muovono al di fuori del sistema dei grandi partiti o delle loro aggregazioni. In particolare, certamene esclude dalla rappresentanza le liste che non raggiungano un buon risultato elettorale ed impedisce l’utilizzazione dei resti.
4. In presenza di un accordo sui principi ispiratori di fondo, e sul rispetto reciproco, è possibile, ed auspicabile, che queste istanze, pur mantenendo l’assoluta autonomia, sperimentino la possibilità di presentare un raggruppamento unitario che le contenga.
5. Ciò, praticamente, significa la presentazione di una coalizione con un candidato sindaco comune alle liste che la compongono.
6. Il vantaggio, dal punto di vista tecnico è evidente. Significherà che tutti i voti espressi dalle liste che la compongono saranno utilizzabili e che anche le liste che non raggiungano il quoziente possano aspirare ad avere almeno una rappresentanza minima sulla base dei resti ottenuti.
7. L’eventuale costituzione di una coalizione comporta la condivisone di principi e l’impegno al rispetto di alcune regole.
8. Quanto al primo aspetto, dovrà esser chiaro, pima di tutto, che la costituzione di una coalizione non richiede la elaborazione di un programma comune. Ciascuna delle liste potrà elaborare liberamente il proprio programma, scegliere le proprie priorità e proporsi così, con la propria identità, agli elettori.
9. Ai partecipanti alla coalizione, tuttavia, sono richiesti la condivisione di principi comuni, il rispetto delle specificità programmatiche espresse dalle altre componenti e l’assenza di punti programmatici tra di essi incompatibili
10. Quanto al secondo aspetto, dovranno convenirsi: a) la scelta di un nome comune per la coalizione, secondo le regole indicate dalla legge elettorale; b) l’individuazione di un candidato sindaco individuato di comune accordo o mediante lo strumento delle primarie; c) la costituzione di un gruppo ristretto di rappresentanti in grado di elaborare il contenuto comune della coalizione e governare agevolmente il processo che porta alla sua costituzione.

Si tratta, come si vede di indicazioni di carattere tecnico.

Dal punto di vista politico, si tratta di una proposta di largo respiro. Il dialogo tra componenti che, pur nella loro diversità, riconoscono tra i propri principi una forte ispirazione alla partecipazione dei cittadini e l’affermazione del diritto all’autogoverno non può esaurirsi nella partecipazione alla competizione elettorale di Cagliari, ma deve intendersi come il contributo all’apertura di una più ampia fase “costituente” che abbia l’ambizione di preparare, attraverso un percorso di riflessione e di proposizione, un più vasto rinnovamento della politica in Sardegna, anche in prospettiva delle future consultazioni in ambito regionale.
Ciò dando atto di come il modello organizzativo dei partiti, oggi in evidente crisi, anche in Sardegna, non solo appare inadeguato a rispondere ai bisogni espressi dai primi titolari del potere democratico, i cittadini, ma presenti anche pericolosi fenomeni di involuzione.

La convergenza deve riguardare, evidentemente, i principi ispiratori. Tuttavia, da essi devono potersi trarre le linee generali di convergenza sui punti programmatici autonomamente sviluppati da ciascuna delle forze che partecipano alla coalizione.

I 4 grandi temi.

LA DIGNITA’

Finalità della politica è prima di tutto il rispetto della dignità della persona umana. Ogni persona è portatrice di una inalienabile dignità che si manifesta nei diversi cicli di vita, a seconda della età, del sesso e delle condizioni personali di ciascuno.
La dignità non è retorica affermazione ideale, bensì fondamento di specifici diritti della persona ad aver garantite condizioni di vita adeguata, significa il diritto al lavoro, ad un ambiente salubre, all’assistenza in caso di necessità …
L’amministrazione pubblica è debitrice del rispetto di tali diritti e deve informare la propria azione al loro soddisfacimento.
Ciò comporta, tra l’altro, che la erogazione dei servizi fondamentali della persona, come la salute, l’acqua, i trasporti, l’istruzione …. non può essere delegata al mercato ed ai suoi movimenti speculativi, bensì garantita direttamente dall’Amministrazione pubblica.

LA PARTECIPAZIONE

Le attuali regole democratiche prevedono l’istituto della delega dei poteri, che originariamente appartiene al popolo, alle istituzioni che rappresentato i cittadini. Ciò tuttavia, non può e non deve significare cessione definitiva del diritto dei cittadini a partecipare della cosa pubblica. Partecipare significa, prima di tutto riaffermare il diritto all’autodeterminazione. I cittadini, anche, ma non solo, attraverso le istituzioni alle quali affidano l’amministrazione, conservano il diritto di decidere della propria appartenenza. Nonostante l’Amministrazione comunale non sia una sede deliberativa per molti dei diversi assetti istituzionali, tuttavia, con la sua sua azione, partecipa ad un processo di affermazione dell’autonomia. La partecipazione implica il diritto dei cittadini ad essere consultati nel momento delle scelte fondamentali che riguardano la vita della città. Implica il diritto alla creazione di organismi intermedi che consentano l’espressione della volontà popolare e, in taluni casi a realizzare forme di autogoverno compatibili con l’interesse collettivo che riguardino specifiche collettività territoriali o fondate su interessi comuni. Implica pertanto la disponibilità di strumenti (anche attraverso normazioni e pratiche innovative della sperimentata “democrazia partecipativa”), e strutture/spazi partecipativi, promossi e tutelati dall’amministrazione pubblica, che contribuiscono a renderla effettiva.

L’APPARTENENZA
La città, il suo territorio, la sua cultura, la sua aria, il suo mare, le sue strade, i suoi commerci appartengono ai suoi cittadini. La città evolve e si modifica, per un verso, per incontrollabili fenomeni esterni, di carattere economico, sociale, istituzionale, ma, per altro verso, come conseguenza delle scelte operate dai suoi amministratori.
Queste scelte, in grado di modificare le sembianze materiali ed immateriali della città, sono operate dai suoi amministratori. L’azione di governo della città deve essere effettuata in nome e per rispondere agli interessi dei propri cittadini e di chi la abita.
Poiché la città appartiene ai suoi cittadini, dovrà essere governata per rispondere al meglio alle loro aspirazioni collettive. Una città dove siano garantiti prima di tutto gli elementi fondamentali del vivere civile, a partire dalla qualità dell’aria, dell’igiene, della mobilità, l’istruzione, la salvaguardia della propria cultura, la creazione di opportunità che favoriscano l’attività economica ed il lavoro. Dovrà sempre essere chiaro che le politiche dell’Amministrazione dovranno sempre essere finalizzate alla edificazione non di una città da “vendere”, ma di una città da abitare.

LA SOLIDARIETA’
La città potrà vivere e svilupparsi solo se avrà capacità di aprirsi e di mostrare segni di solidarietà. Solidarietà interna, con i soggetti più deboli che richiedono maggiori attenzione e maggiori risorse nelle politiche sociali. Solidarietà territoriale, perché la città si apre all’area vasta e con essa condivide l’esigenza di fornire servizi adeguati che, non di rado, non possono essere forniti senza una forte collaborazione. Solidarietà con i nuovi cittadini, sia che arrivino dai paesi vicini che da altri paesi, il cui contributo alla crescita, economica e culturale, della comunità è talora misconosciuto eppure essenziale e ricco di potenzialità, se ben governato e non lasciato a uno spontaneismo irresponsabile.

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Si tratta, sia ben chiaro, della proposta di temi di discussione volti a verificare se esista uno zoccolo comune sul quale costruire i programmi più dettagliati di ciascuna forza, e se, vi sia un accordo, anche metodologico, che possa portare alla costruzione di una coalizione che non sia soltanto una contingenza, ma un’apertura verso il futuro.
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- La foto panoramica della città è tratta dalla pagina fb del Raggruppamento politico La Quinta A.

29 Gen 2016

Appello degli “Amici sardi della Cittadella” per evitare la soppressione della linea aerea Cagliari-Perugia: una mazzata per le relazioni tra Sardegna e Umbria

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ASSISI PCCGRAVE PREGIUDIZIO AI RAPPORTI RELIGIOSI SOCIALI CULTURALI ED ECONOMICI DALLA SOPPRESSIONE DELLA LINEA AEREA RYANAIR CAGLIARI-PERUGIA.
Appello dell’associazione “Amici della Cittadella”
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Alla Compagnia Ryanair

Al Presidente e all’Assessore ai Trasporti della Regione Autonoma della Sardegna
Cagliari

Al Presidente e all’Assessore ai Trasporti della Regione Umbria
Perugia

e, p.c.

All’Ordine dei Francescani Minori della Sardegna
All’Ordine dei Francescani Conventuali della Sardegna
All’Ordine dei Cappuccini Sardegna

All’Ordine dei Francescani Minori dell’Umbria
All’Ordine dei Francescani Conventuali dell’Umbria
All’Ordine dei Cappuccini dell’Umbria
Loro Sedi

Alla Pro Civitate Christiana
La Cittadella
Assisi

Siamo i componenti di un gruppo religioso-culturale che opera a Cagliari e nella sua area vasta, denominato “Amici della Cittadella”, particolarmente legato alla Pro Civitate Christiana di Assisi. Proprio per questa appartenenza siamo soliti recarci, singolarmente o in gruppo, ad Assisi e nelle località adiacenti dell’Umbria, dove si svolgono la maggior parte delle iniziative non locali, alle quali aderiamo. I nostri viaggi ad Assisi avvengono in tutto il corso dell’anno, ma per la maggior parte sono concentrati nel periodo primaverile ed estivo. Al riguardo era nostra consuetudine utilizzare la linea aerea diretta Cagliari-Perugia e viceversa, della Compagnia Ryanair, sfruttando le favorevoli condizioni tariffarie e le notevoli comodità in termini di tempo (in un’ora o poco più eravamo in grado di raggiungere Assisi partendo dalla nostra città). Ora, abbiamo avuto notizia che tale linea è stata soppressa, nonostante la grande popolarità della stessa, segnalata dal fatto che gli aerei ad essa dedicati ci risultano viaggiassero sempre a carico pieno di passeggeri. La soppressione di detta linea comporta notevoli disagi per i cittadini che se ne servivano con grande soddisfazione. Certamente la mancanza del collegamento diretto Sardegna-Umbria comporta non solo i disagi dovuti al fatto che le uniche alternative sono dispendiose in termini tariffari e di tempo (ad esempio per raggiungere Assisi via Roma occorrono allo stato non meno di 8-9 ore) ma fa anche registrare notevoli perdite economiche, basti pensare solo alla prevedibile flessione delle presenze in Umbria legate al turismo religioso, e non solo.
Ci rivolgiamo pertanto alla Compagnia Ryanair e alle Istituzioni competenti (la Regione Umbria e la Regione Sardegna) perché si attivino per scongiurare la soppressione della linea aerea Cagliari-Perugia e viceversa. Inviamo la presente anche agli Ordini religiosi francescani delle due Regioni perché si uniscano a questa nostra istanza.

Il Gruppo “Amici sardi della Cittadella”
presso padre Agostino Pirri
Convento di Santa Rosalia
Via Torino
09124 – Cagliari

2 Gen 2016

Un’indagine sulle Università del Nord e del Sud

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Fondazione RES
Sintesi del Rapporto 2015 Istituto di Ricerca
Economia e Società

Nuovi divari
Un’indagine sulle Università
del Nord e del Sud

a cura di Gianfranco Viesti
Rapporto RES 2015
Collana della Fondazione RES
diretta da Pier Francesco Asso e Carlo Trigilia
Presidente: Carlo Trigilia
Coordinatore scientifico: Pier Francesco Asso
Consiglio di amministrazione: Carlo Trigilia (Presidente), Salvatore Butera, Maurizio Caserta, Giovanni Chelo, Giovanni Puglisi
Comitato scientifico: Giovanni Puglisi (Presidente), Arnaldo Bagnasco, Alessandro Bellavista, Salvatore Butera, Giuseppe Campione, Maurizio Caserta, Leandra D’Antone, Carlo Dominici, Alberto Quadrio Curzio, Elita Schillaci, Gianfranco Viesti
Direttore: Raffaele Bonsignore

La ricerca è stata coordinata per la Fondazione RES da Gianfranco Viesti che ha curato anche la redazione dei Box ad eccezione del Box n.6 che è a cura di Adam Asmundo.
La ricerca si è valsa della collaborazione del Centro di Studi e Ricerche sui Sistemi di Istruzione Superiore dell’Università di Pavia, che ha messo a disposizione i microdati dell’indagine sulla Professione accademica in Italia. Si ringrazia in particolare il Direttore del Centro, prof. Michele Rostan.
Si ringraziano i partecipanti a un Workshop di discussione e presentazione dei risultati preliminari della ricerca e in particolare: Alessandro Cavalli; Alberto Baccini; Francesco Ferrante; Umberto La Commare; Marino Regini.
Alla raccolta ed elaborazione dei dati ha partecipato anche Gianni Pitti della Fondazione RES.
Alla cura editoriale e comunicazione hanno collaborato Nicola Adamo e Salvo Butera. Infine, un ringraziamento particolare a Marie Antoinette La Mantia per la collaborazione e per il sostegno al gruppo di ricerca sul piano organizzativo e amministrativo.
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14 Set 2015

LA NOTTE DEI RICERCATORI dal 22 al 25 settembre 2015

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programma_notte_ricercatori
- IL PROGRAMMA COMPLETO.
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31 Ago 2015

una mattinata al museo…

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museo cagliari 30 8 15Museo archeologico 30 8 15
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Il museo sotto tiro

ape-innovativa2 di Franco Meloni, direttore aladinews

Ha cominciato Vito Biolchini sul suo blog, poi seguito da un caustico intervento-denuncia di Maria Antonietta Mongiu su L’Unione Sarda (ripubblicato in versione integrale su SardegnaSoprattutto) e, ancora, da una lettera allo stesso blog (di Vito) di Antonello Gregorini. Il pretesto è stato il servizio apparso su L’Espresso su “gli orrori dei musei italiani”, individuati anche nel Museo archeologico di Cagliari. Il discorso, come era prevedibile, si è allargato e sotto accusa è finita la politica culturale della Giunta comunale di Cagliari e, ovviamente, di quella regionale. Tale “allargamento” caratterizza tutti gli interventi, soprattutto quello di Vito, che inserisce le specifiche problematiche nella sua consueta (lodevole) fustigazione dei comportamenti (e delle politiche) dei nostri amministratori regionali e comunali. Il soprintendente archeologo Marco Minoja ha replicato per la parte in cui è stato chiamato in causa (il Museo) sia a Maria Antonietta (su L’Unione Sarda di oggi 30 agosto), sia alle testate nazionali. Di tutto questo diamo informazione e documentazione, ripubblicando gli interventi sulla nostra news e/o linkandoli nei siti in cui sono apparsi. Al di la delle asperità polemiche, che comunque ci stanno bene, non possiamo che gioire di questo dibattito, perché segnalare quanto va male non fa che contribuire a migliorare le situazioni. E anche per quanto riguarda la cultura ne abbiamo veramente bisogno. Ovviamente questa funzione positiva della critica e del dibattito funziona quando gli interlocutori che hanno potere di intervenire, ascoltano e lo fanno per correggere e superare le criticità. Non sempre questo accade, anzi.
Restando sullo specifico della situazione del nostro Museo archeologico, con uno sguardo fuggente all’adiacente Pinacoteca e agli altri spazi della “Cittadella Giovanni Lilliu” (sì, perché al nostro Sardus Pater è stata opportunamente intitolata, ma pochi lo sanno), ho voluto dedicare la mattinata domenicale a una visita, quasi un’ispezione, breve ma sufficiente per consentirmi alcune considerazioni che riporto più avanti. Devo dire che il fatto di essere giornalista mi ha consentito di non preoccuparmi del costo dei biglietti rispetto al tempo breve delle visite, in quanto per i giornalisti l’ingresso è gratuito. E questo è bene solo se commisurato ad un’effettiva prestazione professionale, che è giusto rendere anche quando a carattere volontario.
La mia visita-lampo è cominciata con una delusione: constatare che la mostra “La memoria ritrovata” (Van Gogh, Raffaello, … ) la domenica è aperta solo dalle 14 alle 19 e che negli altri giorni chiude comunque alle 19. Assurdo! Ne ha parlato di recente Giorgio Pisano sulla sua rubrica “Non ci sto” nell’Unione Sarda. Condivido quanto ha scritto… e vado oltre. Vado fisicamente al punto più alto della Cittadella dove ti riconcili con la tua città anche per quanto ne avresti di che lamentarti.
ca
retablo sanBernardinoQuindi, così rinfrancato entro a visitare la Pinacoteca. Da sempre mi incantano i retabli, che sostengo siano pochissimo conosciuti (ai cagliaritani perfino). La funzionaria di turno mi segnala tre dipinti in prestito temporaneo da parte di un Museo di Firenze e pubblicizza la pagina fb della Pinacoteca (di cui volentieri riporto il link).
E ora l’ispezione al Museo.
Non la faccio lunga. Complessivamente dico che non siamo mica messi male, almeno non quanto sembra emergere dalle note polemiche. Altri che hanno titolo più di me hanno mosso osservazioni pertinenti, per esempio sulla distribuzione delle opere rispetto alle datazioni, concordando con le critiche di Maria Antonietta. A mia volta non posso che concordare. Per tutti mi piace condividere un commento – cortese ma senza sconti – del signor Nicola Minasi, riportato oggi nella pagina fb del Museo: “Caro Soprintendente, congratulazioni per la bellissima collezione del Museo Nazionale di Cagliari, che ho appena visitato. Capisco la sua risposta e apprezzo il suo impegno, come pure quello del personale, ma oggettivamente alcune cose sono urgenti e non posso che ripetere quanto appena scritto sul libro dei visitatori: a parte ripensare il percorso espositivo, che mescola siti ed epoche (senza indicazioni lungo la visita), dovrebbero sparire subito le didascalie corrette a mano, quelle attaccate col nastro adesivo e riposizionate quelle che ora stanno in posizioni illeggibili. Servono traduzioni in inglese per tutte le indicazioni (oltre che una revisione di quelle attuali, non sempre corrette e impreziosite da varie perle). Molti reperti sono senza didascalia e i pezzi più importanti (come la prima iscrizione che cita la Sardegna) non sono per nulla valorizzati. La sala fenicio-romana grida vendetta. Il prezzo del biglietto è irrisorio e avrei pagato volentieri di più per un’esposizione migliore. I commenti degli stranieri sono giustamente entusiasti, ma si può e si deve fare di più. Non ci sarebbe bisogno di direttori stranieri per i musei italiani, se cominciassimo a fare almeno quello che risulta evidente. Con i più sinceri auguri di buon lavoro”. Ecco, non aggiungo altro, salvo lamentarmi per i vetusti servizi igienici (ma il Soprintendente ci ha detto che a breve inizieranno i lavori di rifacimento, già finanziati dalla Regione) e per l’assoluta mancanza di centri di ristoro (credo che in questo caso la responsabilità sia in buona parte attribuibile all’Università che ha la proprietà dei locali da adibire allo scopo, come peraltro lo erano in tempi recenti, seppure con standard da aggiornare rispetto al passato). Quest’ultimo problema ci porta a evidenziarne un altro tra i più importanti: quello del coordinamento MuseumShop Cagliari logotra i diversi soggetti pubblici che operano nella Cittadella: lo Stato, la Regione, il Comune e l’Università. E’ necessaria una migliore intesa e l’esercizio di capacità gestionali comuni, di cui si sente la necessità, per ragioni di economicità, efficienza ed efficacia della stessa gestione. Un’ultima considerazione riguarda lo shop del museo. Quantunque relegato in uno spazio angusto, mi è parso dignitoso e senza dubbio utile, apprezzato dai turisti che ho visto personalmente utilizzarlo. Giacomo, socio della cooperativa che gestisce il servizio, si è lamentato del fatto che Maria Antonietta Mongiu non abbia sentito il parere della sua organizzazione prima di scrivere l’articolo su L’Unione. In parte rimediamo noi di Aldinews con il presente richiamo. Chiudo auspicando che il dibattito prosegua e che i sardi (i cagliaritani in primis) si preoccupino dei loro Musei, sollecitando con puntigliosità alle Istituzioni interessate il miglioramento dei servizi relativi. Al riguardo sarebbe bene disporre di una ricerca (scientifica) che ci mostrasse, dati alla mano, quel’è la conoscenza dei loro musei dei cittadini sardi (i cagliaritani in primis) e non solo, quanto li frequentano… e così via. Anche da lì si possono trarre informazioni per migliorare il servizio culturale indispensabile rappresentato dai musei. Attenzione: questa è una proposta alla nostra Università.
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- Di seguito la documentazione citata.
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29 Ago 2015

Profughi nei Balcani, non abbiamo imparato niente dalla storia

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Profughi nei Balcani, non abbiamo imparato niente dalla storia
di Alberto Negri 28 Agosto 2015 su Il sole 24 ore

I profughi marciano con la morte addosso anche da vivi, anche quando gridano e si ribellano bussando alla nostra porta, sfondando i muri fisici e mentali che vorrebbero dividere noi da loro. I profughi arrivano già morti, soffocati sull’autostrada delle vacanze nel cassone di un camion che appare un barcone affondato nel cuore dell’Europa, leggermente inclinato verso il guardrail come un relitto arenato in mare. La rotta balcanica è arrivata adesso in prima pagina ma questa via di fuga c’è sempre stata, solo che oggi è percorsa da siriani, iracheni, afghani, espulsi da nuove e vecchie guerre. Lo sanno bene coloro che hanno partecipato ieri al vertice di Vienna tra l’Unione europea e i Paesi balcanici.

Quando cominciò nel ’92 la guerra di Bosnia arrivarono in Europa 700mila profughi. Poi toccò a 200mila serbi abbandonare la Krajina ai confini della Croazia. Quindi nel ’99 fu la volta dei kosovari, cacciati dalla Vojska di Milosevic: in pochi giorni ne arrivarono 800mila in Macedonia, a Blace, per morire davanti ai nostri occhi prima che affluissero gli aiuti internazionali. L’odore della morte, del disfacimento di un popolo, si sentiva a un chilometro di distanza. Oggi risentiamo quell’odore.

Belgrado e Skopje hanno chiesto un piano d’azione all’Unione europea per rispondere all’emergenza. «A meno che non ci sia una risposta europea a questa crisi, nessuno si deve illudere che possa essere risolta», ha detto il ministro degli Esteri macedone, Nikola Poposki, intervenendo al summit di Vienna. Sia i macedoni che i serbi sanno bene di che cosa si sta parlando, lo hanno sperimentato sulla loro pelle e su quella degli altri.

Nei Balcani si marciava ogni giorno con i profughi, tra villaggi fantasma, sgretolati dalle granate, con uomini, donne, vecchi e bambini, vittime dei bombardamenti e della pulizia etnica: a Srebrenica il generale serbo Ratko Mladic in un calda estate di vent’anni fa ne uccise 8mila seppellendoli in fosse comuni da cui ancora oggi affiorano le ossa. Allora non potevamo, impotenti, fare altro che raccontare le loro storie, raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti mentre uscivano stremati da sentieri impervi, così come abbiamo sempre fatto in Kurdistan, Medio Oriente, Africa.

Le guerre ora sono arrivate qui, dentro casa, trascinando nuove ondate di rifugiati vittime in gran parte dei conflitti e della destabilizzazione che circondano l’Europa e il Mediterraneo. L’emergenza è così preoccupante che si mobilitano gli eserciti. Il partito del premier ungherese Viktor Orban intende chiedere al Parlamento l’invio delle forze armate per bloccare l’enorme flusso migratorio. Non ci vuole un esperto per capire che queste ondate si spiegano con l’obiettivo dei migranti di raggiungere l’Ungheria prima del completamento della barriera “difensiva” previsto entro la fine di agosto.

L’Europa era il continente del Muro, oggi è quello dei muri, e se prima dell’89 la divisione era quella ideologica le fratture attuali sono figlie della paura dell’altro. Le migrazioni, che incrociano una lunga crisi economica, stanno mettendo in forse l’idea stessa di Europa che non regge la prova del migrante. Sotto la maschera lacerata dalle ondate migratorie affiorano le mille identità, nazionali e locali, del continente selvaggio che già abbiamo conosciuto ampiamente durante il tragico decennio delle guerre balcaniche.

Ma i Balcani non hanno insegnato nulla. I nuovi Balcani li avevamo nel Levante, in Medio Oriente, sulla sponda Sud e nell’Africa sub-sahariana. Non li abbiamo riconosciuti e li abbiamo respinti con l’orgoglio di chi pensa di essere un modello di convivenza e di tolleranza.

E c’è anche di peggio. Un’ipocrisia imperante che nasconde le vere radici di questa crisi migratoria. La causa principale è nel caos e nella destabilizzazione che gli Stati Uniti e l’Europa hanno contribuito a provocare in Libia, Siria, Iraq, Yemen e Somalia. Assistiamo a una discussione su come “gestire” i barconi che attraversano il Mediterraneo come se la Libia fosse un Paese imploso appena ieri e senza nessuna ragione apparente, come se nel 2011 non ci fosse stato l’intervento iniziato dalla Francia, dagli Usa, dalla Gran Bretagna e poi della stessa Nato su mandato dell’Onu. Lo stesso vale per la Siria: dopo la campagna condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati sunniti per rovesciare Bashar Assad, facilitando l’avvento dell’Isis nella regione, adesso si fa marcia indietro ma intanto si è arrivati all’incredibile cifra di 10-12 milioni di persone tra sfollati interni e rifugiati all’estero. Oltre sul cosa fare per gestire la crisi umanitaria, bisognerà anche pensare come fermare il caos e le guerre che la stessa Europa ha alimentato.

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Argomenti: Nikola Poposki | Nato | Penisola Balcanica | Levante | Medio Oriente | Siria | Vojska | Onu | Bashar Assad
- La foto è tratta da La Repubblica on line del 29 agosto 2015

29 Ago 2015

Il problema della marea di profughi dal vicino Oriente e dall’Africa contrassegnerà per lungo tempo la nostra epoca, fino a cambiare radicalmente il ristretto mondo europeo nel quale viviamo. Penso quindi che la priorità del momento sia una buona accoglienza, un’assistenza di lunga durata, una gestione legale e trasparente dei flussi di arrivi e di movimenti continentali. Fino all’acutizzarsi e al precipitare della valanga si è discusso abbastanza astrattamente di integrazione nel nostro ambiente. Credo che ormai il problema si porrà in termini diversi: dovrà trattarsi di interrelazione reciproca tra culture, nel rispetto di diversità irriducibili, fra le quali occorrerà inventare anche regole giuridiche nuove, indispensabili per una convivenza pacifica, non in regime di apartheid, ma nemmeno obbligatoriamente di melting pot

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Antonio Dessì è disgustato
pagina fb del 29 agosto 2015
Buon giorno. Si fa per dire, viste le notizie e le immagini dei naufragi di ieri.
Oggi non me la sento di iniziare con ironia e nemmeno con sarcasmo. Vorrei invece mettere alcune cose in chiaro.
Aborro il razzismo. Della xenofobia comprendo le primordiali radici psicologiche, ma la temo come una delle mine sempre pronte a esplodere e a devastare la convivenza umana.
Ho la convinzione che il problema della marea di profughi dal vicino Oriente e dall’Africa contrassegnerà per lungo tempo la nostra epoca, fino a cambiare radicalmente il ristretto mondo europeo nel quale viviamo. Penso quindi che la priorità del momento sia una buona accoglienza, un’assistenza di lunga durata, una gestione legale e trasparente dei flussi di arrivi e di movimenti continentali. Fino all’acutizzarsi e al precipitare della valanga si è discusso abbastanza astrattamente di integrazione nel nostro ambiente. Credo che ormai il problema si porrà in termini diversi: dovrà trattarsi di interrelazione reciproca tra culture, nel rispetto di diversità irriducibili, fra le quali occorrerà inventare anche regole giuridiche nuove, indispensabili per una convivenza pacifica, non in regime di apartheid, ma nemmeno obbligatoriamente di melting pot.
Io non sarò mai africano: mio figlio però lo è e vorrei che fosse orgoglioso di restarlo, non di essere un sardo o un italiano “diverso”. Regole nuove, quindi, sulla comune base dell’inviolabilità della persona, donna, bambino, uomo e dell’uguaglianza di diritti e di doveri laici e civili tra diversi. Alla mescolanza provvederà il tempo.
Tutto ciò premesso, tracciato il confine verso quello che con tutta evidenza si manifesta come reazione razzista e xenofoba, resta da dire che ci sono due lati oscuri da affrontare.
Uno è materiale e spetta alle comunità organizzate in istituzioni intervenire. Il traffico dei nuovi schiavi e’ attualmente governato dalla criminalità. Questa umanità in movimento va tolta dalle mani del mercato della carne umana.
L’accoglienza per ora è altra cosa, grazie anche alla straordinaria presenza di un enorme patrimonio gratuito di solidarietà e di volontariato civile: ma anche qui è giusto esigere e imporre trasparenza e legalità.
Mi pare che tutto questo consentirebbe di rovesciare anche una situazione equivoca, l’altro inquietante lato oscuro. La situazione che sta creando quotidianamente un cinico modo di fare informazione e di contribuire consapevolmente ad alimentare un clima sociale gia’ teso, di aizzare subdolamente istinti deteriori, di aggiungere sfiducia e sospetto laddove occorrerebbe rendere
note e promuovere buone pratiche gia’ in essere, contribuendo a predisporre un ambiente consapevole, maturo, positivamente dinamico.
Chi mesta per finalità politiche contingenti o per assecondare un’audience, foss’anche per mero calcolo editoriale, non è razzista, quasi certamente. È però di certo uno squallido professionista dell’agitazione mediatica e politica. Non vi è sostanziale differenza morale tra chi fa questo e chi lucra sul problema per altri più prosaicamente economici profitti.
Io provo rigetto fisico e psicologico per gente di tal fatta. E, mi spiace dirlo, la proprietà transitiva mi porta a estendere queste mie istintive repulsioni nei confronti di quanti mi aspetterei che esercitassero vigilanza e dissuasione verso questa gente, mentre mi chiedo se siano superficialità o opportunismo i motivi che inducono a sorvolare su certi comportamenti, ormai con lampante evidenza proditori, tutt’altro che dettati da inconsapevolezza o da confusione

21 Giu 2015

Una bocca per parlare e due orecchie per ascoltare! La lotta delle donne di S.Elia per il centro di aggregazione sociale

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ape-innovativadi Franco Meloni, direttore Aladinews

Massimo Zedda, il Sindaco di Cagliari, ci deve essere rimasto molto male alla notizia che le donne di Sant’Elia, organizzate nell’associazione culturale S.Elia Viva, abbiano accusato la sua amministrazione di disinteressarsi dei problemi del quartiere. Andatevi a vedere e ad ascoltare i video-servizi de L’Unione Sarda e di CagliariPad, ripresi dalla nostra News, per rendervi conto di quanto siano pesanti le rimostranze di queste cittadine.
lungomare s.elia aladinewsMa come? - avrà pensato il Sindaco – e il lungomare, che è costato qualche milione di euro alle casse del Comune, non è nulla? Non è ancora finito, ma già in buona parte può essere fruito. Ci stiamo lavorando per completarlo. E poi abbiamo già mandato in appalto il porticciolo. Quello sì che sarà una vera figata!… Che ingrate queste donne di S.Elia!
E, invece, diciamo noi, hanno pienamente ragione. Non disconoscono certo la bontà e la bellezza di quelle realizzazioni e dei progetti in itinere, ma loro, vivono la quotidianità dei problemi della gente del quartiere, che sono di “poco conto”: la disoccupazione, la disgregazione sociale che colpisce soprattutto i giovani e che si appalesa per esempio con la dispersione scolastica o con il fenomeno dei NEET (ragazzi che non studiano e che non lavorano), la violenza che ancora si esercita nei confronti delle donne, l’abbandono degli anziani… A fronte di questi problemi di “poco conto” ha voglia di dire il Sindaco che in larga parte non sono di competenza dell’amministrazione comunale. E no, caro Sindaco, tu te ne devi far carico, eccome! Agendo con le tue attuali competenze (che non sono affatto minori o residuali) e attivando le competenze delle altre Istituzioni e anche dei privati, imprese e terzo settore. Restando alle Istituzioni, i compartimenti stagni che caratterizzano il loro modo di operare (o anche di non operare) è quanto mai pernicioso per gli interessi della Comunità che rappresenti al massimo livello. E tu, poco te ne curi e poco ti preoccupi! Ma torniamo ai problemi di Sant’Elia. selia 1 Le donne del quartiere hanno le idee chiarissime su quali siano le emergenze sociali, e le hanno anche nell’individuare una serie di rimedi, che certo non costituiscono “ricette” risolutive, ma che hanno la credibilità del successo di chi le mette in pratica. E che pertanto le induce a proporre con forza. La prima cosa da fare è rimettere in funzione il circuito virtuoso della partecipazione democratica. Come? Fornendo alla gente spazi e strumenti di partecipazione, di autorganizzazione. Ecco perchè la gente ti ha chiesto di aprire un “centro civico” o “centro di aggregazione sociale”, chiamiamolo come ci pare, utilizzando il vecchio asilo, modificando a questo fine i ventilati diversi (nel senso di contrari) progetti del Comune, di cui la gente del quartiere poco sa (e che avrebbe invece diritto di conoscere e di avere al riguardo voce in capitolo). Da li si inizia, perchè aveva ragione don Vasco Paradisi (il parroco di S.Elia della stagione delle lotte sociali degli anni 70), quando affermava che “solo il popolo salva il popolo”. Proprio riferendoci a quel periodo crediamo che solo la gente organizzata in comitati e associazioni determina una qualità di vita sociale accettabile. Infatti quando i movimenti di base furono sconfitti e annientati il quartiere ripiombò nella disgregazione. Riferendoci ai citati anni 70, emblematica fu la sconfitta e il conseguente scioglimento del Comitato di quartiere, ben descritta nelle sue conseguenze da Umberto Allegretti, che fu un animatore di quelle lotte: la fine del Comitato… “comportò un regresso ancora oggi non superato della organizzazione e della stessa coscienza politica del quartiere…” .
sp is mirrionis 20 giu 15. Torneremo ovviamente su tutte queste questioni. Per ora siamo veramente grati alle donne di Sant’Elia perchè quelle lotte, di cui furono forse protagonisti i loro genitori, le hanno nel sangue e le ripropongono a partire dalla situazione odierna del loro quartiere a tutta la città. E’ pertanto naturale che alla loro lotta si colleghi con immediatezza la “vertenza della Scuola Popolare di Is Mirrionis”, che persegue le medesime finalità. Al Sindaco, alla sua amministrazione e a tutta la classe politica, ma anche a noi, ricordiamo una frase, attribuita al filosofo greco Epitteto: “Dio ci ha dato due orecchie, ma soltanto una bocca, proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà”.
Se hanno (e abbiamo) l’umiltà di ascoltare (nel nostro caso le donne di S.Elia) e tradurre in pratica quanto ci viene detto, potremo sicuramente essere meno pessimisti.

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Sul fenomeno drammatico della dispersione scolastica siamo più volte intervenuti. In questa sede ci piace richiamare un buon progetto in attuazione in 6 regioni italiane (ma non in Sardegna) che tra l’altro si base sulla rete di centri di aggregazione sparsi sul territorio. Per noi questi centri sono esattamente quelli che richiediamo per S.Elia, per Is Mirrionis e per gli altri quartieri della città.

Frequenza200-logo-IntervitaFREQUENZA200. Il progetto prevede l’avvio di un “centro civico” in ognuna delle prime tre città identificate con il supporto e la collaborazione dei partner locali (associazioni del Terzo settore) che sarà operativo 5 pomeriggi alla settimana con attività educative condivise con le istituzioni del territorio, in particolare la scuola dell’obbligo e i servizi sociali. I percorsi educativi verranno realizzati in attività di supporto scolastico e relazionale a favore dei minori coinvolti, parallelamente saranno coinvolte le famiglie dei minori con azioni di counseling e rinforzo delle competenze genitoriali. Le scuole saranno coinvolte con attività di formazione degli insegnanti, per creare un’equipe d’intervento omogenea verso i beneficiari.

7 Giu 2015

Riprendiamoci la Scuola Popolare di Is Mirrionis

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Riprendiamoci la Scuola Popolare!
sp 10 mag 2015 per aladinIl punto sulla “vertenza Scuola Popolare”
di Franco Meloni e Marco Mameli, su Aladinews
Come si sa, sull’esperienza della Scuola Popolare realizzata dal 1971 al 1976 (poi proseguita come Comitato di quartiere e Circolo culturale fino agli anni 90) stiamo “costruendo” un libro che si baserà soprattutto sulle testimonianze-racconti degli ex alunni e degli ex docenti che l’hanno vissuta. Abbiamo chiesto a Ottavio Olita di coordinare il lavoro redazionale.
Quanto alla “vertenza Scuola Popolare”, siamo esattamente al punto di partenza, salvo una serie di approfondimenti che abbiamo fatto sui comportamenti delle due istituzioni coinvolte (il Comune di Cagliari e l’Azienda Area). Le nostre richieste (del Circolo Gramsci e di tutti coloro – ex alunni e ex docenti in primis – che sostengono l’iniziativa) sono 1) ricuperare lo stabile ex centro sociale che fu sede della Scuola Popolare, riqualificarlo a moderni standard come centro di aggregazione sociale (a carico dell’Azienda Area); 2) presa in carico dello stabile risanato da parte del Comune (Area glielo trasferirebbe in proprietà a gratis) con cessione successiva per la sua gestione a un pool di associazioni di base in grado di garantire le attività sociali; 3) intitolazione della piazzetta, attualmente denominata “prolungamento via Is Mirrionis” alla Scuola Popolare dei Lavoratori, a memoria di un’esperienza esemplare, da replicare, mutatis mutandis, rispetto alle esigenze di oggi (contrasto alla disgregazione sociale e alla dispersione scolastica; alleanza virtuosa tra generazioni per affrontare i problemi di oggi, etc)
Il Comune finora non ha preso in considerazione le nostre richieste, anzi… ha scoraggiato l’iniziativa di alcuni consiglieri (Francesca Ghirra e Enrico Lobina in primis, ma anche altri consiglieri che hanno firmato una mozione di appoggio al movimento, poi inspiegabilmente – si fa per dire – ritirata). Si sostiene che quell’edificio verrà destinato a 4 case per disabili. Abbiamo scoperto, dalla delibera che Area ha finalmente reso nota dopo la nostra istanza di accesso civico, che quel progetto è allo stato privo di finanziamento per la parte più consistente (circa l’80%) e comunque se anche si recuperassero i denari per realizzarlo, chiediamo che lo si faccia in altra area, sappiamo infatti che nel quartiere vi sono molte aree libere o edifici da risanare, di proprietà pubblica, che meglio potrebbero rispondere alle esigenze abitative dei disabili senza metterle in opposizione a quelle dei centri di aggregazione sociale. Il Comune ha fatto anche peggio: ha escluso, almeno allo stato, l’edificio ex Scuola popolare (di proprietà di Area) dalle Azioni ITI (Interventi Territoriali Integrati) che proprio per il quartiere di Is Mirrionis verranno finanziati in misura importante sulla programmazione dei fondi POR 2014-2020 (si parla di 10 milioni di euro, anche se la cifra dipende dalla negoziazione della Regione con la Commissione Europea, tuttora solo parzialmente definita).
Che dire allora? La situazione va chiarendosi in tutti gli aspetti, rafforzando la nostra determinazione di andare avanti con la “vertenza”, con gli obbiettivi sopra descritti, coinvolgendo in tutti i modi la popolazione del quartiere e della città nella pratica della democrazia partecipativa.
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Per correlazione con il progetto di intervento sul quartiere di Is Mirrionis, riportiamo un breve resoconto dell’interessante intervista fatta a Renzo Piano dal giornalista Francesco Merlo, per la parte riguardante le periferie urbane. L’intervista è interamente disponibile sul sito de La Repubblica (a cura di Piera Matteucci).

Periferie come futuro. Ma non è solo il cuore delle città a custodire la bellezza. Sono le periferie, per Piano, le parti delle aree metropolitane in cui c’è più spazio per cercare e dare spazio al futuro: “A me, come genovese, non fa paura il futuro – dice l’architetto -. È l’unico luogo dove si può andare” e “si deve smettere di associare al termine periferia un aggettivo negativo. Nelle periferie vive la maggior parte dei cittadini e sono questi i luoghi del futuro, vivi più che mai. Ci si preoccupa di salvare i centri storici, anche troppo. A volte sono mummificati”. Bisogna guardare alle periferie, insiste Piano, come bacini fecondi da cui trarre e in cui creare bellezza: “Lo scorso anno, agli esami di Maturità, sono stato felice che un terzo dei ragazzi ha scelto il tema sul rammendo delle periferie. Sono queste le parti della città che godono della bellezza senza la quale sono state costruite. Salvare i cuori delle città è stato difficile, ma più facile, perché sono fotogenici. Per le periferie ci vuole maggiore energia”. Per questo l’architetto spinge i giovani a guardare alle aree più periferiche e a diventare ‘architetti condotti’, al servizio della gente: “Essere architetto condotto, come accade per il medico condotto, ti insegna una cosa importantissima: l’arte di ascoltare la gente e di trovare l’ispirazione”.
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* tratto da La Repubblica delle idee, Genova 4-7 giugno 2015. Intervista a Renzo Piano su La Repubblica
Renzo Piano a Genova 5 giug 15
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Ecco il link dove trovare tutti gli articoli sulla Scuola Popolare di Is Mirrionis pubblicati su Aladinews: http://www.aladinpensiero.it/?s=scuola+popolare+di+is+mirrionis&paged=2

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